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Il racconto

Rivolta del 7 luglio, l’ultima superstite: «Il fascismo c’è, non sottovalutiamolo» – Video

di Melania Carnevali
Rivolta del 7 luglio, l’ultima superstite: «Il fascismo c’è, non sottovalutiamolo» – Video

Carrara: Giulia Galleni aderì alla protesta delle donne contro l’ordine di sgombero della città

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Sul tavolino accanto alla sua poltrona, ci sono accatastati gli ultimi libri letti: il romanzo storico su Mussolini di Antonio Scurati, i saggi di Aldo Cazzullo e altri testi sul Novecento, quel secolo che lei, nata nel 1929 sotto le Alpi Apuane, ha attraversato quasi tutto e che ha modellato così bene la sua identità di donna ancora, a 95 anni, fervente antifascista. «Sa, io dopo la guerra ho continuato a fare politica a modo mio: cioè cercando di inculcare l’antifascismo ai miei figli», spiega dal salotto di casa sua, in via delle Grazie, a Livorno, Giulia Galleni, staffetta partigiana, l’ultima (almeno delle persone note) superstite della rivolta di piazza delle Erbe del 7 luglio del 1944, quando le donne carraresi si ribellarono all’ordine di evacuazione del comando tedesco, rovesciando le proprie ceste piene di cibo (cosa che, se fatta da una donna, era considerata un affronto alla società) e scesero in piazza completamente disarmate. Alcune vennero arrestate, ma la protesta andò avanti fino a quando l’ordine di evacuazione non venne sospeso. All’epoca i gruppi partigiani apuani erano ancora disorganizzati e non si poteva contare sulla formazione garibaldina Ulivi per salvare Carrara. Ci pensarono loro, le donne, a salvarla. «Avevamo paura, certo. Quando eravamo sotto il comando tedesco, ci puntavano le mitragliatrici contro. Ma non spararono. Forse ci avrebbero fatto anche una brutta figura a sparare a tutte quelle donne», ricorda lei adesso. Ha un vestito nero, gli orecchini a pendolo verde smeraldo come la collana lunga che le scende sul petto.


All’epoca lei aveva 15 anni. Nata a Carrara, in quinta elementare, si trasferì a Pisa con i genitori. Ma lì i bombardamenti aerei, durante la guerra, erano pesanti, così tornò a Carrara con i nonni. Stava a San Martino. Dei genitori per sette mesi non seppe più nulla. «Ci divideva la Linea Gotica – racconta -. Era doloroso. Nel momento in cui servono i genitori di più, loro non ci potevano essere. Non sapevo niente di loro e loro non sapevano niente di noi».

Un’adolescente lontana dai genitori che viveva perdipiù con la costante paura delle bombe («mi terrorizzavano soprattutto i bengala, con quella luce che non sapevi mai dove andavano a finire») e con la fame («tanta fame, menomale avevamo la più buona farina di castagne e ci facevamo di continuo il castagnaccio») . Un’adolescente peraltro cresciuta sotto l’educazione fascista delle scuole dell’epoca, con quei suoi rituali delle marce e delle camice nere che lei, dice, odiava. «Trovavo che fossero una cosa stupida, non ne capivo davvero il senso. Marciare il pomeriggio, uno, due, uno, due, che senso ha? ».

Tutto questo dolore, però, l’ha portata a stare dalla parte giusta della storia, non quella sbagliata. «Sono cresciuta in una famiglia di antifascisti: c’era una componente anarchica e un’altra cristiana. Le ho assorbite entrambe. Poi, a Carrara, era una città anarchica, quindi era più facile essere anti, che pro».

Entrò quindi in un gruppo organizzato di donne che si occupavano di portare messaggi ai partigiani. «Mi ricordo che stavo appoggiata a una balaustra davanti alla scuola Aurelio Saffi. Ogni volta veniva un uomo diverso e mi dava una busta da portare alla portineria dell’ospedale. Mi dicevano di non correre. Io non chiedevo. Andavo, consegnavo e tornavo. Solo dopo ho scoperto che c’era un pezzo grosso dei partigiani». Portava anche cibo nei boschi sfidando i controlli. «Si passava dal ponte storto, nella strada per Castelpoggio e si saliva su, a piedi. È stato un periodo brutto, pauroso, ma anche molto vivo: noi ci abbiamo creduto molto, eravamo antifascisti in pieno, sapevamo che il fascismo era il male, l’antifascismo il bene».

Poi il 7 luglio del 1944, nelle strade di Carrara, comparve un bando di sfollamento: il comando tedesco ordinò l’evacuazione della città in due giorni a esclusione delle famiglie degli operai impiegati nell’organizzazione Todt che stavano fortificando le difese della Linea Gotica occidentale. Le forze di occupazione volevano una città deserta ma le cose non andarono come avevano previsto. «Noi scendemmo in piazza per dire di no, che non avremmo mai lasciato Carrara». E infatti non l’hanno lasciata. La città continuò a essere un rifugio per gli sfollati delle altre città.

Finita la guerra, lei tornò a Pisa dove fece anche l’università: si laureò in biologia. Poi conobbe quello che diventerà suo marito. «Eravamo a una festa di compleanno a Livorno, lui ballava, io ero seduta a fare la tappezzeria. Non avevo ritmo, non sapevo ballare. Lui mi invitò dicendo “ti insegno io”. Ma io non volevo». ù

Dal loro matrimonio sono nati quattro figli, tutti, ironia della sorte, musicisti, come quasi tutti i nipoti. «Io ero l’unica stonata», ricorda ridendo. Ha continuato a fare politica a modo suo: con il volontariato in Corea, gli scout, con l’educazione antifascista in famiglia. «Una volta era logico essere antifascisti, oggi non lo è più e bisogna stare attenti. Anche l’avanzare dell’estrema destra in Europa la vedo come un abbassamento dell’attenzione. C’è disinteresse e questo è pericoloso. Il fascismo c’è, anche in Fratelli d’Italia. Non mi convince la presa di distanza di Meloni».

Non ha mai saltato un voto. «Chi non vota adesso, non capisce cosa significhi non avere il diritto di votare», dice con amarezza. Alle penultime elezioni, al seggio, le hanno applaudito, alle ultime ha votato a casa e il segretario le ha stretto la mano prima di andare e l’ha ringraziata. «Se non fosse stato per persone come lei – ha detto – non potremmo oggi votare».

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