Gioco
Premiata la comunità Brugiana dove ci si prende cura di sé
Il presidente: «Dedicarsi agli altri genera armonia»
MASSA. La riuscita del singolo sta nell’insieme, perché il noi è forza. Ed è credendo in una pace interiore lontana da antidoti o scorciatoie, frutto di un lungo lavoro su noi stessi senza mai lasciare solo nessuno, che Adriano Cacciatore nel 1985 poggiò il primo mattone della comunità di recupero dalle dipendenze Monte Brugiana.
Un piccolo paese, oggi, con tanto di piazza e bambini da portare a scuola al mattino, che ieri è stata premiata dal Garden Club Verzieri Toscani come luogo di benessere fisico e anche etico. «Quando cominciammo a San Patrignano il pericolo era l’eroina, cui i giovani si rivolgevano per sedare le ansie generate dalla perdita dei valori. C’era percezione del malessere e insieme consapevolezza di ciò che era mancato – spiega Adriano Cacciatore, presidente della comunità Monte Brugiana – oggi la situazione è notevolmente peggiorata perché si sta male senza averne la coscienza. Allora si ricorre a droghe eccitanti come la cocaina. Si è individuato il presunto benessere attraverso l’aumentata percezione di sé, per cui non serve più una droga che addormenti ma una che ecciti. E quel che è peggio è che vi ricorrono giovanissimi ma anche adulti in età avanzata».
Immersa nel verde del bosco affacciato sul mare, la realtà che ospita un centinaio di persone a vario titolo cadute nella rete delle dipendenze da gioco, alcol, droghe ma anche sigarette, offre una via sicura verso una vita in cui ci sia la certezza che contando sulle proprie gambe ce la si fa. Perché qua si insegna a riappropriarsi della fiducia in noi stessi. E nessuno trattiene, si arriva per scelta “chi vuole andare va” sottolinea Cacciatore aggiungendo però che il tasso di abbandono sia pressoché inesistente. Ottantasei anni il prossimo mese, cofondatore della comunità di San Patrignano, nei primi anni Ottanta si occupava della sede distaccata di Tirrenia che faceva capo al gruppo di Muccioli. Avvicinato da alcune famiglie di Massa, nel 1982 si spinse fin qua per sondare la possibilità di creare un luogo in cui restituire serenità ai ragazzi in difficoltà.
«Fu come una chiamata a cui puoi solo rispondere – racconta – Avevamo a disposizione un rudere con un gruppo elettrogeno a servizio di una cava romana abbandonata. Soldi in tasca zero». Ma la chiamata non offre mai alternative e insieme a Concetta e Liliana Pesce più una decina di altre persone a cui in seguito si è aggiunto don Marco Baleani, si rimboccarono le maniche. C’era la vecchia Ritmo a cinque posti che all’occorrenza fungeva da camion, pullman e persino generatore di corrente. Mentre il motore di una lavatrice trovata in discarica e il ripiano di una scrivania anch’esso gettato da chissà chi, fu trasformato in una sega circolare. Facevano la spola fra Tirrenia e la Brugiana dormendo nel rudere anche sotto la neve, mentre vecchie travi, pietre e oggetti di fortuna lentamente diventavano l’odierno salottino con caminetto, la sala da pranzo, le abitazioni dove uomini e donne dormono rigorosamente separati da distese di ortensie, rosmarino e rose. San Patrignano è ormai lontano, Cacciatore ne abbandonò le linee guida quando iniziava a trasformarsi in un’azienda. A lui non interessano i numero bensì fare famiglia, confrontarsi da pari, senza segni distintivi neppure nell’abbigliamento, in cui la fatica si divide e così facendo qualsiasi peso diventa più leggero. «La manualità è terapeutica, aiuta a prendere confidenza con le personali insicurezze, fa scoprire capacità di fare impensate. Avvicina alla consapevolezza», spiega il presidente della comunità fra Massa e Carrara. E in quarant’anni, sasso su sasso con i travi portati a spalla, sono stati costruiti una ventina di edifici, eretti muri a secco che segnano il cammino fra i terrazzamenti e i giardini affollati di infinite varietà di fiori che sono valse il premio dell’associazione versiliese presieduta da Maria Adriana Giusti, dedita alla salvaguardia e alla diffusione della cultura del verde. La riabilitazione qui passa attraverso il prendersi in carico la cura dei giardini, degli allevamenti bovini, suini e di pollame dedicati all’autosostentamento, della realizzazione dei formaggi (tra i quali un ottimo “parmigiano brugiano”), della falegnameria che insieme alle opere in muratura e ferro contribuiscono alla manutenzione degli edifici. «Dedicarsi agli altri genera armonia. È un piacere che crea valore, una grande forza se acquisito strada facendo». I componenti della grande famiglia del Monte Brugiana sono circa un centinaio, ventidue dei quali operatori. Mediamente servono tra i cinque e i sei anni per liberarsi dai condizionamenti di un appiglio esterno, chimera di false soluzioni. Manca l’ultimo sforzo: creare un rete che permetta loro di vendere gli ottimi prodotti confezionati artigianalmente. Eccolo l'impegno per il futuro.
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