Sicurezza
Nero alle cave, il processo va avanti
L’ipotesi accusatoria per otto imputati è quella di riciclaggio. E resta in piedi
CARRARA. Nero alle cave, il processo resta in piedi anche se, in sede giudiziaria, quello che rimane della maxi-inchiesta «black marble» - diciamolo subito - è di fatto solo un'accusa di riciclaggio per otto imputati dei trenta indagati iniziali.
Il rischio era che crollasse anche l'ultimo addebito, ma i giudici hanno stabilito che i capi d'imputazione - contrariamente a quanto sostenuto dalle difese - sono abbastanza circostanziati per dare il via al dibattimento.
Il procedimento a questo punto entra nel vivo e vede alla sbarra i fratelli Eugenio, Giuliano e Maria Pia Venezia; Giovanni e Andrea Simonelli, Fabio Braccini, Paolo Zanzanaini e l'indiano Kapur Munish.
Lo scossone
Il caso era esploso più di dieci anni fa, nel 2013. Un'apparente deflagrazione che - come le mine in cava - sembrava destinata però a scuotere le nostre imprese del lapideo. Quello che emergeva dalle carte dell'inchiesta aveva tutta l'aria di un sistema di sotto-fatturazione diffuso all'ombra delle Apuane. Flussi di denaro contante, ritirato da intermediari indiani, che circolava tra Milano e la capitale del marmo. Triangolazioni di «cash» che facevano presagire uno scenario fatto di paradisi fiscali, di operazioni studiate per eludere i controlli della guardia di finanza (a condurre le indagini furono proprio gli uomini delle fiamme gialle). Nel mirino un turbillon di viaggi «clandestini» tra Carrara e il Nord Italia, con mazzette di banconote scambiate anche a Brescia e Alessandria.
La vicenda
La vicenda in città tenne banco per settimane non solo sui media, ma anche nelle discussioni al bar perché nel registro degli indagati erano finiti in 30. Tra loro, i nomi di diversi «big» e di imprese che contano nel microcosmo del settore lapideo apuano. I reati contestati andavano dalla dichiarazione fraudolenta al riciclaggio, ricettazione e - per gli intermediari indiani - prestazione di servizi di pagamento senza autorizzazione. Le indagini erano state coordinate dall'allora procuratore capo di Massa, Aldo Giubilaro con il pubblico ministero Rossella Soffio. Pedinamenti, intercettazioni, rogatorie e perquisizioni erano andate avanti per due anni.
L'iter giudiziario
Tutto si è sgonfiato quando le carte sono arrivate in tribunale. La maggior parte delle posizioni sono state stralciate dal giudice per le indagini preliminari. Diverse accuse sono cadute perché nel frattempo è intervenuta la prescrizione e sono stati rinviati a giudizio solo in otto. E anche per loro il processo ha rischiato di finire in una «bolla di sapone».
La contestazione
Gli avvocati delle difese hanno cercato fino all'ultimo di far leva sulla nullità e indeterminatezza degli episodi di reato. Nel fascicolo i passaggi di denaro contestati non sempre sarebbero dettagliati: in qualche caso mancherebbe l'ammontare della cifra prelevata, il luogo dove sarebbe avvenuto lo scambio, anche l'intermediario risulterebbe non identificato.
I giudici si sono ritirati per più di mezz'ora in camera di consiglio, ma la decisione alla fine è stata quella di mandare avanti il processo. Se le eccezioni fossero state accolte le carte sarebbero tornate nelle mani del Pm che, essendo soggetto diverso dal Gip, avrebbe potuto fare altre valutazioni e rinunciare a chiedere il rinvio a giudizio oppure riformulare i capi d'imputazione.
Il collegio presieduto dal giudice Fabrizio Garofalo (a latere Fulvio Biasotti e Antonella Basilone) ha però ritenuto che «la documentazione contenuta nel fascicolo del pubblico ministero consente alle parti di individuare i fatti ed elaborare una strategia difensiva».
Le intercettazioni
Al centro del dibattimento finiranno quel tourbillon di conversazioni captate durante la fase «calda» delle indagini. Già nella prossima udienza - il 4 marzo - la Pm Giulia Giancola dovrà depositare l'elenco (con numeri e riferimenti) delle intercettazioni da trascrivere.
Le difese - ed era prevedibile - si sono opposte all'acquisizione dei «brogliacci», vale a dire le telefonate così come sono state «sbobinate» dagli inquirenti.
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