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«Inseguì e uccise il padre»: confermata la pena di 21 anni. Sferrò più di 45 coltellate, tre al cuore

«Inseguì e uccise il padre»: confermata la pena di 21 anni. Sferrò più di 45 coltellate, tre al cuore<br>

Delitto di Montignoso, la sentenza della Cassazione

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Montignoso Il 5 agosto del 2019 uccise a coltellate suo padre Abdel di 67 anni. Adesso, la condanna a ventuno anni è diventata definitiva per Mohussine Bouden, oggi 29 anni (ne compirà trenta il 15 febbraio): lo ha stabilito la Cassazione, respingendo il ricorso che era stato presentato contro la sentenza della corte d’assise d’appello di Genova del 14 febbraio dell’anno scorso. I giudici di secondo grado avevano confermato il verdetto del l° giugno 2022 della Corte d'Assise di Massa con la quale Mohussine era stato condannato - con l’attenuante della provocazione equivalente all'aggravante del rapporto filiale e alla recidiva - a ventun anni di reclusione, per l’accusa di omicidio aggravato del padre.

Secondo la ricostruzione dei giudici di primo e secondo grado, il figlio avrebbe sferrato oltre quarantacinque coltellate (al petto, all'addome e altre parti del corpo), sulla base delle prove materiali acquisite, delle dichiarazioni dei testimoni oculari, degli esiti della consulenza tecnica e delle parziali ammissioni dell'imputato.

È stata esclusa, ricorda la Cassazione, la legittima difesa, pur riconoscendo come detto l’attenuante della cosiddetta provocazione derivante dalla precedente aggressione del padre. Nel ricorso, l’imputato, assistito dall’avvocato Riccardo Balatri, chiede l’annullamento della condanna, ribadendo che nella loro ricostruzione vi era stata legittima difesa: secondo la difesa, l'imputato, dopo essere stato aggredito dal padre con un martello e un coltello all'interno dell'abitazione famigliare (nel bagno, si era detto all’epoca), si sarebbe allontanato per essere, dopo poco, raggiunto dal padre che cercava nuovamente di colpirlo; impossessatosi del coltello, colpiva il genitore per difendersi. L'origine delle lesioni subite dall'imputato, provenienti da un'arma da taglio e non da un martello, sarebbe attestata dal consulente del pubblico ministero, le dichiarazioni del quale, a detta della difesa, sono state travisate: il consulente ha ascritto al coltello i tagli al volto e alle braccia dell'imputato; analogo travisamento riguarderebbe le dichiarazioni della madre dell'imputato che ha confermato che la vittima (suo marito) era uscita di casa armata del coltello e del martello; anche uno dei testimoni non ha potuto escludere che la vittima abbia colpito l'imputato mentre si trovavano entrambi fuori dall'abitazione. La difesa si lamenta del fatto che sia stato l'eccesso colposo nel difendersi dall'aggressione paterna. L'avvocato Edda Cerquetti, nuovo difensore dell'imputato, ha depositato motivi aggiunti in riferimentoal calcolo della pena.

La sentenza

Ma la Cassazione sostiene che il ricorso è inammissibile perché generico, assertivo e reiterativo di argomentazioni proposte nel giudizio di merito che sono state esaminate con motivazione che non viene specificamente criticata dal ricorso. In sostanza, «reitera argomentazioni che attengono alla fase del merito e non a quella di legittimità».

L’imputato, ricorda la Cassazione, afferma di essere uscito per primo dall'abitazione; di non avere colpito il padre al di fuori dell'abitazione; di avere lasciato il padre in ottima salute. Ma si tratta di elementi «che risultano smentiti dalle prove obiettive e dalle convergenti dichiarazioni dei testimoni oculari, come evidenziate dai giudici di merito, sicché la "versione alternativa" risulta del tutto avulsa dal contesto probatorio: la vittima è stata colpita ripetutamente dall'imputato quando, dopo essersi allontanata dall'abitazione e dal giardino, veniva inseguita e raggiunta. La versione difensiva, in sostanza, si poggia sull'eventualità che nella prima fase (quella avvenuta nell'abitazione) il padre abbia colpito il figlio, oltre che con il martello, anche con il coltello. Tale evenienza è stata esaminata dai giudici di merito che, dopo averla esclusa nella sua dimensione storica (il padre avrebbe usato soltanto il martello), hanno fatto comunque rilevare che l'eventuale uso del coltello non avrebbe avuto alcun effetto sulla ricostruzione dell’omicidio poiché l'ipotetico uso dell'arma da taglio da parte del padre all'interno dell'abitazione afferisce comunque alla prima fase, del tutto slegata dal punto di vista causale e soggettivo rispetto alla seconda, caratterizzata dalla fredda e ritorsiva aggressione del figlio ai danni del padre».

L’omicidio poi la fuga

Questa seconda fase, fuori dall'abitazione, è caratterizzata dalla fuga della vittima, inseguita dall'imputato, che l'ha colpita con almeno quarantacinque coltellate, poi dandosi alla fuga. «Addirittura, il padre, fanno concordemente notare i giudici di merito senza ricevere alcuna smentita specifica, dopo avere attraversato tutto il giardino, aveva aperto e richiuso dietro di sé il cancelletto che dava sulla prospiciente strada esterna con l'intento di chiamare i carabinieri per denunciare l'ennesima prepotenza del figlio (che si trovava nell'abitazione con obbligo di firma per un precedente reato in relazione al quale era stato da poco scarcerato). I giudici di merito «sottolineano, senza ricevere una critica specifica, che il cancelletto in questione è stato riaperto dal giovane che, inseguendo il genitore, brandiva il coltello con l'evidente intento di aggredirlo, come di fatti avvenne».

La prima fase, in casa, si era conclusa e, ricorda la Cassazione, «l'inseguimento del padre, attuato dall'imputato brandendo "qualcosa di luccicante" — poi risultato essere il coltello utilizzato per colpire quarantacinque volte (tre volte al cuore) —, aveva l'unico scopo di vendicarsi e non quello di difendersi». Quindi, né legittima difesa, né eccesso colposo. Ricorso respinto, l’imputato dovrà pagare le spese processuali e tremila euro in favore della Cassa delle ammende.

Dopo l’omicidio, Mohussine fuggì e fu arrestato dopo 16 ore. Aveva l’obbligo di dimora in casa dalle 21 di sera alle 5 del mattino. Si disse che il litigio era nato perché il figlio si stava tagliando i capelli.l

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di Redazione web