Sicurezza
Carrara, presunti scafisti sulla nave dei migranti: chiesto l’incidente probatorio
La procura di Siracusa vuole parlare con i naufraghi
CARRARA. Gli uomini della squadra mobile avevano ipotizzato che loro potessero essere i presunti scafisti da due elementi. Primo: uno zainetto ben tenuto dentro il quale è stato trovato un gps che non poteva che – a detta degli agenti – essere servito loro a orientarsi nel Mediterraneo. Secondo: l’odore di benzina negli abiti che potrebbe essere riconducibile al contatto continuo con il motore del gommone su cui erano tutti imbarcati.
Ma poi due, se non tre, migranti avrebbero confermato agli inquirenti che erano stati proprio loro quelli che avevano organizzato il viaggio, o perlomeno quelli che avevano avuto il compito di traghettarli dalle coste libiche a quelle italiane. Per questo i due giovani sudanesi, uno di 2 3 anni e altro di 26, sono stati arrestati lo scorso aprile con l’accusa di aver fatto entrare illegalmente nel territorio 53 migranti, quelli soccorsi dalla nave Life Support di Emergency a metà aprile e poi sbarcati al porto di Marina di Carrara. I due giovani adesso si trovano in carcere a Massa, anche se la competenza è stata trasferita a Siracusa, il primo luogo italiano toccato dai migranti. Il pubblico ministero siciliano, Marco Dragonetti, ha presentato al gip una richiesta di incidente probatorio che consisterebbe nell’ascolto dei testimoni, ossia i naufraghi che avrebbero confermato l’identità dei presunti scafisti.
I due giovani (uno dei quali è difeso dall’avvocato carrarese Giuseppe Del Papa) provengono entrambi dal Sudan, un paese che vede aumentare di anno in anno il numero di emigrati verso l’Europa e, a maggior ragione, li vedrà aumentare adesso dopo lo scoppio della guerra tra i due generali. Ma è anche il paese dove si trovano le principali organizzazioni criminali che organizzano i viaggi di fortuna verso l’estero. Organizzazioni difficili da smantellare. Possibile, anzi, più che probabile, che i due ventenni, siano semplici pedine di un sistema molto più grande di loro. Tant’è che, stando a una prima ricostruzione, loro stessi avrebbero confermato agli inquirenti di essere i coordinatori del viaggio ma non avrebbero dato altre informazioni sui capi delle organizzazioni criminali e sul funzionamento dei viaggi. Viaggi che costano – ormai questa è storia – anche decine di migliaia di euro e prevedono sempre tappe nei lager libici, dove donne e uomini rimangono rinchiusi anche per mesi, se non anni, dove vengono torturati e, nel caso delle donne, anche violentate.
L’obiettivo della procura siciliana è quindi andare oltre il semplice viaggio dello scorso aprile, quando oltre cinquanta migranti, provenienti da ogni parte dell’Africa e del Medio Oriente, si sono imbarcati su un gommone troppo piccolo per ospitare tutti e che poi infatti è andato in avaria a sedici miglia dalle coste libiche. L’obiettivo è andare indietro, nel tempo e nei chilometri, risalire alla catena di comando del terrore, scoprire chi decide tutto, chi incassa, chi lucra sulla morte e sulla violenza, e, se possibile, sconfiggerli. Un compito arduo, in cui anche la polizia apuana sta giocando il suo ruolo. Adesso il gip deve dare una risposta.
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