Gioco
Migranti a Carrara, una naufraga: «Ho viaggiato un anno intero per dare una scuola ai miei figli»
Il racconto di una 30enne della Costa d’Avorio a Il Tirreno: «E’ stata dura arrivare fino qui»
CARRARA. È stato «difficile», dice, «molto difficile arrivare fino a qua». Cioè Carrara, l’Italia, dove è appena sbarcata con i suoi tre figli. Lei che si è messa in viaggio ormai un anno fa proprio per salvare loro da una vita di povertà. «Voglio che vadano a scuola, capite? », racconta a Il Tirreno lei, trentenne della Costa d’Avario, appena terminata la visita, la seconda, al centro medico allestito a CarraraFiere.
Sta bene, almeno fisicamente. Psicologicamente è ancora stordita da un viaggio di un anno intero, attraverso paesi che sono tutto fuorché sicuri per una donna, un po’a piedi, un po’con i mezzi pubblici, e infine su un gommone nel Mediterraneo che probabilmente sarebbe stato intercettato dalle milizie libiche se la nave di Emergency non fosse arrivata in tempo per metterli in salvo. Dei lager libici non riesce nemmeno a parlare. «Davvero difficile», ripete.
Lei è stata la prima donna a scendere dalla Life Support. Davanti a lei aveva il figlio che teneva stretto un pupazzo, in braccio a un medico della Croce rosso. Dietro aveva gli altri due.
In Costa d’Avorio faceva la parrucchiera «ma non si campa con quello». Inoltre, nel suo paese, il tasso di analfabetismo tra gli adulti è altissimo: è del 51 per cento, uno su due quindi non sa né leggere né scrivere. La popolazione della Costa d’Avorio è tra le meno scolarizzate del mondo. «Io non voglio questo per i miei figli. Voglio che vadano a scuola».
Ed è questo che si aspetta dall’Italia o da qualsiasi altro paese dell’Europa. Non aveva preferenze, quando ha deciso di iniziare il viaggio. Non aveva né parenti né amici da raggiungere. Solo il sogno di una vita migliore. «Ho davvero passato l’inferno, non si vive in Costa d’Avorio. Si sopravvive a fatica. Voglio un lavoro e un tetto per i miei figli».
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