Il Tirreno

L’intervista

Nave di migranti in arrivo al porto, il soccorritore di Emergency: «Li abbiamo trovati con ustioni e segni di tortura»

Melania Carnevali

	Emanuele Nannini capo missione Sar di Emergency a bordo della Life Support (foto Gabriele Micalizzi
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Emanuele Nannini capo missione Sar di Emergency a bordo della Life Support (foto Gabriele Micalizzi

Carrara, Emanuele Nannini: «Volevamo un altro porto, ce lo hanno negato»

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CARRARA. Quando sono arrivati, racconta, «la situazione era tragica». Tragica perché quel gommone alla deriva era stracolmo di gente seduta sui tubolari con un piede in acqua e la pelle bruciata «da un mix di sale e benzina», spiega Emanuele Nannini, capo missione Sar di Emergency, con sedici anni di esperienza in zone di guerra come Yemen, Sudan, Afghanistan e Libia, e adesso a bordo della nave Life Support che sabato ha soccorso i 55 migranti in arrivo al porto di Marina di Carrara. Attraccheranno mercoledì mattina alle 8.
Nannini, da quanto tempo è a bordo della nave?
«Mi sono imbarcato sulla Life Support a gennaio».
Dove eravate quando avete ricevuto la segnalazione di un’imbarcazione in difficoltà?
«Abbiamo ricevuto un allert ieri mattina (sabato, ndr) , in merito a una situazione di pericolo, da parte di Sea Bird, l’aereo di See Watch, mentre ci trovavamo in acque internazionali davanti alle costa libica, a circa trenta miglia dalla costa. Loro si trovavano a 15 miglia dalla costa. Dopo aver informato tutte le autorità competenti, quelle maltesi, italiane e libiche, ci siamo diretti verso di loro».
E cosa avete trovato quando siete arrivati?
«Abbiamo trovato un gommone di circa nove, dieci metri alla deriva. Il motore non funzionava più. I naufraghi a bordo avevano provato a smontarlo per farlo ripartire ma non ci sono riusciti. Erano alla deriva da circa due ore. La situazione era abbastanza tragica, non solo perché non potevano muoversi, ma anche per il fatto che il gommone era sovraffollato. Entrambi i tubolari erano pieni di persone sedute a cavalcioni con un piede in acqua. Quindi dopo aver stabilizzato la situazione, li abbiamo portati in salvo. C’erano 55 persone, tra cui tre donne, tre minori accompagnati e tre non accompagnati».
Qualcuno di loro vi ha raccontato del viaggio?
«Sì, diverse persone. Ma soprattutto ci hanno raccontato delle sofferenze che hanno patito in Libia. Sono racconti sempre molti toccanti e purtroppo molti di loro, rispetto ai racconti che abbiamo raccolto nelle missioni precedenti, ci hanno parlato di trafficanti spietati che gestiscono anche le prigioni e i lager da dove sono passati. Spesso vengono torturati e le loro foto vengono mandate ai familiari a casa per assicurarsi di ricevere altri soldi. Ci hanno spiegato anche come funziona il traffico e come questo traffico venga gestito in collaborazione con le milizie locali».
Qual è la situazione sanitaria dei naufraghi?
«Per fortuna non c’è alcuna emergenza sanitaria, ma diverse persone hanno ustioni perché sono state per ore nell’imbarcazione con le gambe in ammollo in un mix di sale e benzina. Altre persone ci hanno fatto vedere le cicatrici, evidentemente riconducibili a torture. La maggior parte delle donne ci ha raccontato di aver subito violenze di vario genere, tra cui violenze sessuali».
Da quanto tempo erano in viaggio nel Mediterraneo?
«Loro erano partiti la sera prima a mezzanotte e noi li abbiamo trovati circa a mezzogiorno. Da diverse ore il motore era in panne ed erano fermi senza la speranza di raggiungere alcun posto. Poco dopo averli salvati, è arrivata una motovedetta con persone armate a bordo, probabilmente milizie locali, e ci hanno intimato di andare via. Questo mi fa pensare che, se non fossimo arrivati in tempo, queste persone sarebbero state prese dalle milizie e riportate nei lager».
Dove vogliono andare?
«Molti di loro stanno semplicemente scappando dalla sofferenza e da una serie di traumi subiti in Libia, e quello che cercano, in Italia e in Europa, è un futuro migliore. Qualcuno ci ha raccontato che sta cercando di raggiungere parenti o conoscenti da noi e in altri paesi, mentre altri stanno cercando solo di vivere in un posto dove i diritti siano rispettati e si possano realizzare come essere umani».
Per la normativa siete costretti a tirare dritto verso il porto assegnato senza soccorrere altri migranti; se riceverete una segnalazione cosa farete?
«Ci stiamo dirigendo verso il porto di Marina di Carrara. Purtroppo questo viaggio ci costringerà a fare una navigazione molto più lunga per un totale di 50 ore in più. C’era un’infinità di porti che avrebbero potuto destinarci durante la rotta ma hanno deciso di mandarci a nord. Noi stiamo seguendo le indicazioni ricevute. Abbiamo provato a chiedere un porto più vicino per le condizioni meteo ma ci è stato negato. Però la nostra politica è che, qualora dovessimo venire a conoscenza di un altro caso in situazioni di difficoltà, interveniamo nel rispetto delle leggi internazionali e delle leggi del mare che obbligano i comandanti delle navi a prestare soccorso qualora sia necessario».  

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