Il Tirreno

La maxi inchiesta sull’Arma

Presunti pestaggi in caserma ad Aulla, la testimone: «C’era un complotto contro i militari»


	Il tribunale di Massa
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Il tribunale di Massa

Ha scelto di parlare in udienza anche il figlio dell’ex comandante della stazione locale: «Mio padre non ha mai picchiato mia madre». Dopo cinque anni processo quasi alla fine

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AULLA. «Mio marito mi diceva sempre di stargli lontano. È una persona instabile, poco lucida. Non l’ho mai visto in sé». A parlare, ieri, in aula, durante l’ennesima udienza sul caso dei presunti maltrattamenti in caserma in Lunigiana, è una testimone dell’avvocato Camilla Urso che difende Simone Del Polito, uno dei militari accusati di lesioni e violenza privata. Una testimonianza, quella donna, che ricalca quelle precedenti e sembra confermare l’esistenza di un «complotto» - così è stato definito durante il dibattimento - dei querelanti, stranieri, contro i carabinieri della Lunigiana. Stando alla sua ricostruzione le vittime sarebbero in realtà «persone pericolose» e «poco affidabili».

Prima di lei sono intervenuti i testimoni dell’avvocata Manuela Aiazzi, che difende l’allora comandante della stazione di Aulla, Andrea Tellini, a cui la procura contesta di aver maltrattato la moglie e di aver presentato una falsa denuncia di furto del cellulare del figlio. Figlio che in aula ha smentito entrambi gli episodi. «Tra mio padre e mia madre ci sono stati litigi normali - ha raccontato -, non ho mai assistito a episodi di violenza. Anche quando mia nonna ha vissuto con noi ci sono stati dei litigi, ma normali».

Anche la donna delle pulizie della caserma, «amica della coppia», ha confermata in aula «l’ottimo rapporto che il comandante aveva con la moglie». Nemmeno lei ha mai assistito a episodi di violenza tra i due, «se non quando era lei, la moglie, ad arrabbiarsi contro di lui».

Il figlio dell’ex comandante della stazione di Aulla ha poi raccontato quanto accaduto la notte di Capodanno del 2016. «Io mi trovavo a Cerreto per il Capodanno. Intorno alla mezzanotte mi sono sentito strattonare la tasca dei pantaloni. Mi giro e vedo una persona che si sta allontanando. Tocco la tasca e mi accorgo che il telefono non c’era. Ho pensato che quella persona fosse il ladro. Siccome c’era il ghiaccio in terra, mentre lo inseguivo per cercare di recuperare quella persona, sono scivolato e ho battuto la testa. Ho perso i sensi. Mi sono risvegliato in ospedale la mattina. La mattina dopo torno a casa informo la famiglia dell’accaduto. Mio padre era a riposo ed è andato a fare la denuncia. Mio padre è uno di quelli che rispetta la legge: se la legge dice no è no».

Le indagini partono nel 2011, coordinate dall’allora pm Alessia Iacopini. Oggi è il pubblico ministero Marco Mansi a portare avanti il processo. Tutto comincia con l’esposto per lesioni presentato contro ignoti da un cittadino marocchino. L’uomo sostiene di essere stato percosso da un carabiniere di cui non conosce l’identità. Nel 2013 lo stesso cittadino presenta un’integrazione alla denuncia perché ha identificato il militare. Inizia una prima fase dell’inchiesta portata avanti con l’ausilio di intercettazioni telefoniche. Nel 2016 arriva un secondo esposto e vengono avviate anche intercettazioni ambientali nelle caserme e nelle auto di servizio. Fino al febbraio del 2017 quando esplode il caso perché scattano le perquisizioni nelle caserme lunigianesi e nelle abitazioni dei carabinieri indagati, trentuno dei quali sono stati rinviati a giudizio. Cinque anni di processo che inizia a vedere la fine. Sono quasi terminati i testimoni della difesa. Poi il tribunale dovrebbe chiedere delle perizie.

   

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di Redazione web