Toscana
Rischio infezioni, l’infermiere: «Ogni giorno lavoriamo con l’angoscia»
Area medica: di notte c’è una persona ogni 10 ricoverati
MASSA. «La sensazione è che la pandemia da coronavirus ci abbia insegnato poco o nulla», dice Marco Celentano (nella foto) , infermiere del setting B dell’area medica dell’ospedale del Noa. Perché nei corridoi di quelle che un tempo si chiamavano corsie – oggi setting – e intorno ai letti dei pazienti ricoverati si lavora ancora, ogni giorno, in emergenza, senza tener conto che l’emergenza richiede più energie, più forze; in due parole, più braccia.
«Studi scientifici dimostrano – dice Marco Celentano – che il rapporto ottimale è di un infermiere ogni sei pazienti. Nell’area medica noi sforiamo questo limite: nelle ore diurne il rapporto è di uno a otto e di notte di uno a dieci. Eppure, sempre gli studi scientifici dimostrano che quando aumenta il numero dei pazienti in carico, cresce del 35 per cento la mortalità, del 40% il rischio di caduta dei pazienti anziani, e del 25% il rischio di infezioni da contagio».
Secondo i sindacati, l’organico del personale infermieristico del Noa prevede 45 unità in più rispetto alle attuali. Mancano, insomma, 45 infermieri. La carenza del personale mixata all’attenzione – doverosa – per evitare, per esempio, il rischio di infezioni da contagio sta rendendo impossibile la vita degli infermieri, alla luce anche e soprattutto di una novità che di per sé è decisamente migliorativa sul fronte de trattamento dei pazienti.
«Da circa due mesi a questa parte – spiega Celentano – il classico tampone rettale, a cui venivano sottoposti tutti i pazienti all’atto del ricovero (per verificare l’eventuale presenza del cosiddetto batterio New Delhi, ndr), è stato sostituito da un tampone rettale molecolare; cambiando la modalità di esecuzione, si isolano molti più batteri e abbiamo notato un aumento incontrollato delle positivizzazioni, tant’è che su 36 posti letto, più della metà sono occupati da pazienti in isolamento da contatto o da droplet (le goccioline, ndr)», perché risultati positivi a qualche batterio. «Ciò significa – continua l’infermiere – che ogni volta che devo andare anche solo a prendere i parametri di un paziente in isolamento, devo bardarmi, mettere i guanti, quindi togliermi la bardatura, disinfettare il tutto e passare a un altro paziente. Si tratta di due-tre minuti in più a prestazione, che, moltiplicati per otto pazienti in carico nelle ore diurne e dieci pazienti la notte richiedono tra 20 e 30 minuti ulteriori a turno». Va da sé che se la coperta del personale in forza è corta, tutto diventa più complicato: e se c’è una medicazione da fare all’improvviso? Se un paziente sta male? «E se, con i ritmi a cui siamo sottoposti – si chiede Celentano – avessi una svista e non cambiassi un guanto? Io non posso venire a lavorare ogni giorno con questa angoscia. Ti propongono ore aggiuntive, le faccio, ma se una persona non c’è, è un infermiere in meno». Oggi gli infermieri sono colonna portante di un ospedale: somministrano le terapie, controllano i parametri vitali, eseguono Ecg, si occupano delle medicazioni.
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