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La storia

Claudia, una laurea e il fischietto: «La mia sfida sui campi da calcio»

di Nicola Morosini
Claudia, una laurea e il fischietto: «La mia sfida sui campi da calcio»

L’esordio sul campo del Fossone per un match dei Giovanissimi è diventata arbitro di calcio della Sezione Aia di Carrara

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CARRARA. Il calcio visto da una nuova prospettiva, un gioco decisamente più controverso di quello che si guarda dagli spalti. È la nuova sfida di Claudia Cella, 25 anni, laureata in Marketing e ricerche di mercato, giornalista sportiva ed ex speaker della Carrarese, che da qualche settimana è diventata arbitro di calcio della Sezione Aia di Carrara. Claudia ha fatto il suo esordio col fischietto due settimane fa, sul campo del Fossone in occasione della gara di Giovanissimi Provinciali Fossone-Seravezza Pozzi, mentre lo scorso weekend ha diretto la sua prima gara nella categoria Allievi, Massese-Viareggio.

Cosa ti ha spinto?

«A dire la verità nulla di particolare. È stata più una decisione istintiva, d’impulso. A fine estate, tra una chiacchiera e l’altra con il presidente di sezione, Francesco Cecchini, mi ha invitato al corso arbitri che si sarebbe tenuto un autunno. Mi ha spiazzato, gli ho chiesto di concedermi qualche giorno. Poi ho pensato: “Perché no? ”. Così mi sono buttata. Il presidente ha insistito tanto per avermi in sezione, anche quando, a metà corso, sentivo di non riuscire a conciliare l’impegno con il lavoro e tutto il resto. Mi ha convinto a fare uno sforzo ed ha avuto ragione. Per questo lo ringrazio».

Com’è stato l’approccio con la prima gara?

«L’impatto è stato forte. L’aspetto positivo è che avviene tutto molto velocemente e “tolto il dente, tolto il dolore”. A nemmeno una settimana dall’esame, vieni catapultato in campo, con una divisa, un fischietto e un taccuino. Devi mostrarti sicuro fin dall’inizio. In queste categorie, poi, non hai l’aiuto degli assistenti. In campo sei solo, e ogni decisione dipende da te e soltanto da te».

Qual è la differenza più evidente tra il calcio visto da fuori e quello vissuto in campo?

«Sono due mondi ben distinti. Dirigere una gara comporta una grande responsabilità e, di conseguenza, l’impegno continuo a mantenere alta la lucidità. Giudicare dagli spalti, in questo senso, è molto più semplice. E poi c’è l’aspetto atletico: per tenere il passo di 22 giocatori in campo, serve una buona preparazione. La maggior parte degli errori si commettono quando non si è abbastanza vicini all’azione da poter giudicare in maniera corretta».

È più difficile arbitrare per la donna rispetto all’uomo?

«Se parliamo di calcio maschile e ci limitiamo all’aspetto atletico, sicuramente un uomo è più avvantaggiato. Ciò detto, è soprattutto la preparazione a far la differenza. Non conta tanto l’essere uomo o donna, ma, per l’appunto, essere sufficientemente preparati e forti da un punto di vista caratteriale».

Forti in che senso?

«Serve decisione, fermezza. Dirigere una gara ti sottopone a un grande stress, non solo per l’aspetto della responsabilità di cui parlavo prima, ma perché ci sarà sempre qualcuno in disaccordo con le tue decisioni. L’incertezza in campo è sinonimo di debolezza».

Claudia Cella sulle orme di Maria Sole Ferrieri Caputi?

«Abbiamo una storia molto diversa. Lei ha esordito a 17 anni, io ne ho già 25. Ho molto meno tempo per dimostrare il mio valore ed eventualmente mettermi in gioco su campi più importanti, ma a dire il vero quello che mi interessa adesso è fare un’esperienza formativa. Guardo al domani con l’intenzione di fare sempre meglio, per me e per chi si trova in campo con me».


 

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