Il Tirreno

La vertenza

Sanac, sfila il corteo degli operai: «Ma la città oggi qui non c’è»

di Ivan Zambelli
Sanac, sfila il corteo degli operai: «Ma la città oggi qui non c’è»

Per chi ha partecipato, la manifestazione è stata accolta timidamente

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MASSA. Sanac, «una vergogna di Stato». A dirlo è il centinaio di manifestanti che ieri mattina hanno sfilato per il centro città, in solidarietà agli operai alle prese con una vertenza sindacale di cui non si riesce a vedere la fine.

Il quadro

Da anni Sanac sconta il progressivo venir meno dello storico partner, l’ex Ilva oggi Acciaierie d’Italia che non compra e non paga vecchi debiti, e soprattutto subisce l’inefficacia della politica. In entrambe le aziende gioca un ruolo il ministero delle imprese, ex Mise, il quale gestisce Sanac e partecipa con Invitalia ad Acciaierie, tanto da indicare il presidente Franco Bernabé. Solo che Acciaierie, lungi da seguire un interesse pubblico, ha smesso di acquistare da Sanac, e pure di pagare vecchie fatture per 20 milioni di euro. Proprio qui si gioca tutta la vicenda: dovrebbe essere il ministero, e quindi il governo, a sollecitare una ripresa di commesse e pagamenti. Ma anche nell’ultimo incontro del 6 dicembre, tra ministero e sindacati, questa richiesta non è stata esaudita. La richiesta va avanti da anni, cambiano i governi ma i lavoratori restano attaccati a un filo sempre più sottile. Nel 2016 i lavoratori erano quasi 150, oggi scesi a 100, metà in cassaintegrazione. E la Sanac, da fiore all’occhiello nella produzione di materiali refrattari sta lentamente morendo.

In strada

Da qui lo slogan “governi assenti, operai presenti” a cui non resta che uno strumento: manifestare. «Abbiamo fatto questo corteo – dice Andrea Bordigoni, della Rsu di Sanac che ha organizzato la manifestazione di ieri – perché da troppi anni Sanac è in un limbo politico. Martedì al ministero c’è stata l’ennesima fumata nera. Nessuno si è perso l’impegno di ordinare a Morselli e Bernabé (ad e presidente di Acciaierie, nda) di riprendere le commesse a Sanac. Preferiscono lasciarci in cassaintegrazione, anzi ora sembrano scocciati dalle nostre richieste». E così, ha proseguito il collega Emanuele Manfroni, «lo Stato continua ad affamare lo Stato. Abbiamo già perso 50 posti di lavoro, e ne sono a rischio altri 100, più quelli dell’indotto. Noi vogliamo che la fabbrica rimanga aperta, e per questo chiediamo il sostegno di tutta la cittadinanza».

Le assenze

Il sostegno che però, a onor del vero, c’è stato solo in parte. Presenze esigua rispetto alle aspettative, a cominciare da esponenti politici, istituzioni e sindacati. C’erano Cinque Stelle e Unione Popolare, all’inizio e alla fine del corteo, si è visto il sindaco Francesco Persiani, e poi ha fatto capolino l’ex deputato Cosimo Ferri. Mancavano poi le tre sigle di Cgil, Cisl e Uil; anche qui c’erano alcuni segretari confederali, ma sono rimasti in disparte. «Ha organizzato la Rsu il corteo e non volevamo metterci il cappello con le nostre bandiere», giustificano. E però, pur senza bandiere, potevano esserci gli “sbandieratori”. A notare mestamente le assenze è Nicola Cavazzuti di Unione Popolare: «Non vedo la politica e alcune sigle. Si è vista qualche sparuta presenza. .. La politica deve metterci la faccia, altrimenti non usciremo solo perdenti ma anche distrutti. Oggi dovevano esserci commercianti, professionisti, perché quando vanno via stipendi è una perdita per tutti». L’unico sindacato presente, e forse motivo dell’assenza degli altri, era l’Unione sindacale di Base che ha una soluzione diversa, ovvero la nazionalizzazione.

L’altra via

«Sanac è una vergogna di Stato – ha detto Elia Buffa – che si risolve solo con un cambio di marcia del governo. Tantissime aziende si trovano in questa situazione per colpa dell’Ilva e di una multinazionale che fa il bello e il cattivo tempo sulle spalle dei lavoratori e dell’ambiente. Bisogna dire senza mezzi termini: serve una nazionalizzazione, basta multinazionali sciacalle». Nazionalizzazione o meno, è innegabile che serve un cambio di passo. E a ribadirlo è stato anche il sindaco Persiani, tornato al termine del corteo. «Non ci arrendiamo, lotteremo in tutte le sedi. Il governo deve fare pressione su Acciaierie, e se vogliamo tutelare l’industria italiana deve avere il coraggio di intraprendere azioni forti».

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