Il Tirreno

«Abbiamo sete», e rubano in casa di un’anziana vedova: condannate

La sede della Corte di Cassazione
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La sede della Corte di Cassazione

Quattro anni e 400 euro di multa, la pena confermata dalla Cassazione

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MASSA-CARRARA. Erano entrate in casa di un’anziana vedova, con la scusa di avere sete; la signora con gentilezza le aveva fatte entrare, ma mentre una seguiva l’anziana in cucina, l’altra riusciva ad arraffare un portafogli e una borsa con gioielli. Poi però qualcosa era andato storto e per le due donne, unite da un legame di parentela, era scattato l’arresto; adesso quella vicenda è approdata in Cassazione, che ha confermato la condanna per entrambe a quattro anni e 440 euro di multa. Si tratta di Monica Guarda, 56 anni di Carrara e Vanessa Guarda, 43 anni, nata ad Abbiategrasso.

Assistite dai rispettivi avvocati, le due imputate hanno provato a far annullare o almeno ridimensionare le condanne, ma senza successo. L’iter giudiziario era questo: appello il 13 maggio 2021, con la conferma della sentenza di primo grado del maggio 2021, a Massa, che aveva dichiarato le due Guarda responsabili, in concorso, di furto aggravato in abitazione e indebito utilizzo della tessera bancomat della vittima; reati ritenuti in continuazione, e quindi era scattata come detto la condanna a quattro di reclusione e 400 euro.

Gli avvocati di Monica Guarda, Alessandro Maneschi e Elena Baldi, sostengono che l’unica prova alla base della presunta complicità nel furto, si basa sul fatto che mentre da un lato la signora derubata aveva riconosciuto solo Vanessa Guarda, successivamente la polizia aveva trovato con lei Monica Guarda, che aveva gettato a terra dei monili al momento dell'arresto; un gesto però, osservano i difensori, suscettibile di altre interpretazioni: Monica Guarda, aggiungono, avrebbe potuto ricevere i monili da Vanessa Guarda che tentava di disfarsene e, impaurita, avrebbe ella stessa tentato di sbarazzarsene.

In merito al ricorso per Vanessa Guarda (avvocato Enzo Frediani), si sostiene fra l’altro, la non applicabilità della recidiva infraquiquennale, e si contesta il reato relativo all’utilizzo del bancomat, in quanto la Corte d’appello si è limitata ad affermare «in maniera del tutto apodittica, che ambedue le imputate ne fruirono, senza neppure chiarire l'ancoraggio di tale supposta fruizione da parte di Vanessa Guarda».

Ma la Corte di Cassazione respinge i ricorsi; si fa notare tra l’altro che «sia il tribunale che la corte di appello hanno evidenziato come le pregresse condanne per reati della medesima indole, risalenti ad epoca di poco antecedente ai fatti per cui si procede, siano da ritenere espressivi di una spiccata capacità criminale - comune ad entrambe le imputate». Si osserva poi che l’uso del bancomat anche da parte di Vanessa Guarda è stato confermato anche da una negoziante che l’ha riconosciuta; i giudici ricostruiscono che mentre Vanessa distraeva l’anziana in cucina, Monica si sarebbe impossessata del portafogli che era in vista nella sala e di una borsa contenente i gioielli, in una camera. Nella fretta non ebbe il tempo di controllare i gioielli, dunque di accorgersi che su uno di essi erano impressi nome e cognome della vittima, alla quale fu possibile risalire per questa ragione grazie anche «all'accidentale intervento dell'ispettore Aliboni (che condusse poi all'arresto delle imputate)».

E, per quanto riguarda Monica Guarda, si fa notare che i monili li buttò a terra sul tappetino del sedile posteriore dell'auto della polizia quando fu invitata a salire a bordo di essa. Insomma, ricorsi respinti, le condannate dovranno pagare le spese processuali.

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