La protesta
Inquinamento al fosso Lavello, ora in aula parlano i tecnici
A processo per non aver chiuso l’impianto anche l’ex sindaco Volpi
MASSA. Era stata la Procura a disporre accertamenti sulla qualità delle acque. E ora, nell’udienza davanti al collegio presieduto dal giudice Ermanno De Mattia, quei valori «anomali» sono finiti al centro del processo per l’inquinamento del fosso Lavello. In aula sono stati sentiti il maresciallo Venusa della Capitaneria di porto di Marina di Carrara e un tecnico Arpat: entrambi hanno riferito l’esito dei rilevamenti effettuati nel gennaio 2019, dopo che erano scattati i sigilli per il depuratore Lavello 1, posto sotto sequestro nell’ambito dell’indagine coordinata dall’allora procuratore capo Aldo Giubilaro.
Una vicenda – e un caso giudiziario – che coinvolge anche l’ex sindaco di Massa Alessandro Volpi, accusato di abuso d’ufficio per non aver chiuso l’impianto di depurazione. Con lui sono a processo per reati ambientali anche Paolo Peruzzi, direttore generale di Gaia, Daniele Franceschini, dirigente Gaia del settore fognatura e depurazione e Francesco Di Martino, dirigente area tecnica della società che gestisce il servizio idrico integrato. Le indagini avevano preso avvio dalle segnalazioni dei cittadini, che negli anni avevano ripetutamente denunciato l’inquinamento del fosso Lavello, senza che i loro appelli venissero ascoltati. Quando la Procura decise di aprire un fascicolo, come primo atto chiese alle autorità preposte – Arpat appunto e Capitaneria – di effettuare dei campionamenti in prossimità dello scarico. I risultati non lasciarono spazio a dubbi: i valori mettevano in evidenza il superamento della soglia di fanghi e sostanze inquinanti destinati a finire in mare. Un report che fece scattare l’allarme.
I controlli – stando agli atti contenuti nel fascicolo – avrebbero segnalato valori oltre il limite di azoto ammoniacale e cloro attivo libero. L’ impianto sottoposto a verifica, per di più, sarebbero stati sprovvisto delle autorizzazioni agli scarichi nelle acque superficiali e in atmosfera da oltre sette anni. Al depuratore Lavello 1 sarebbe emersa l’inefficienza dei dissabbiatori, dei disolatori, del bacino di sedimentazione a sezione circolare, del degassificatore e anche la mancanza del sistema di abbattimento delle emissioni di cattivi odori con conseguente inquinamento dell’aria. I fanghi, per un guasto dell’impianto, sarebbero stati immessi nel fosso Lavello, che sfocia direttamente in mare. Gaia – in qualità di gestore – ha sempre negato ogni addebito, sostenendo che «il depuratore Lavello 1 era caratterizzato da un buon funzionamento, fino a quando non è sorta una problematica contingente». In tribunale è in corso il dibattimento con l’esame dei testi. Finora sono stati ascoltati i tecnici che hanno eseguito i rilevamenti lungo il Lavello. I responsabili di Arpat hanno riferito dell’esito delle analisi biologiche, nel corso della prossima udienza verranno presi in considerazione anche i test chimici. Poi a deporre saranno i cittadini che avevano sottoscritto l’esposto sui miasmi e gli sversamenti nel fosso da cui sono partite le indagini. Il primo firmatario è Franco Ceccarelli, all’epoca dei fatti membro del coordinamento di Forza Italia Massa, ma la Procura ha citato come testimone anche una residente in zona Lavello, Maria Miranda. Il processo è stato aggiornato al 15 febbraio 2023.
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