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Travolto da una ruspa in cava, in aula contro i titolati dopo 7 anni: «Porto ancora i traumi di quell’incidente»
L’operaio, che ha danni permanenti, è comparso davanti al giudice
FIVIZZANO. Il braccio, ancora fasciato e sorretto da un tutore, è solo la conseguenza più visibile dell’infortunio sul lavoro che ha subìto. A sette anni di distanza, per la prima volta, è stato ascoltato in aula, Daniele Morandi, 54 anni, l’operaio che nel dicembre del 2014 fu travolto da una ruspa all’interno della cava del Sagro Castelbaito, a Fivizzano.
È lui a raccontare in aula, di fronte alla giudice Antonella Basilone, come l’incidente ha cambiato per sempre la sua vita: «I segni di quello che è successo – spiega – li porto ancora oggi. Ho avuto un trauma cranico, un danno all’orecchio, mi sono risvegliato dal coma farmacologico con tutte le costole rotte, fratture all’anca e al ginocchio. Ho dovuto sottopormi a un’operazione al cuore, che era andato in tilt per effetto dello schiacciamento. Ho perso la funzionalità di una parte del braccio sinistro – dice – dal gomito alla mano non ho più nessuna sensibilità. Faccio cicli di fisioterapia per mantenere almeno una parziale mobilità dell’arto e, di notte, dormo attaccato a un macchinario perché i problemi respiratori potrebbero provocarmi un infarto».
Sono danni permanenti – documentati dalle cartelle cliniche agli atti – di cui sono chiamati a rispondere Amedeo Boiardi, titolare della Marmi Walton Carrara srl, Asdrubale Borzani, responsabile di cava e il dipendente Graziano Arcangeli, che guidava la pala meccanica al momento dell’accaduto.
Difesi dall’avvocato Giuseppe Del Papa, sono accusati di lesioni personali. Il lavoratore è già stato risarcito – per questo non risulta parte civile all’interno del processo – e, interrogato dal pm Massimo Pennacchi, cerca di ricostruire i dettagli che ricorda: «Non c’era nessuna delimitazione intorno al blocco su cui stavamo lavorando, nessuno poteva segnalare a chi manovrava la ruspa la mia presenza in quella posizione. Il direttore di cava se n’era andato da poco. Chi ci dava indicazioni sulle operazioni da seguire? Dopo 30 anni di lavoro sapevamo cosa fare». Sembra trattarsi di un eccesso di sicurezza, che ricorre nella dinamica degli incidenti al monte.
Orlandi riferisce anche le sue impressioni sulla velocità del mezzo che lo ha investito: «Se fosse stato in prima marcia avrei sentito una spinta, invece mi ha sollevato, ho avuto la sensazione che mi mancasse il terreno sotto i piedi».
Fatica il cavatore a ripercorrere quella tragedia che – secondo la tesi della Procura – si sarebbe potuta evitare se fossero state rispettate le normative.
I dipendenti della cava – stando a quanto emerso dalle indagini – non avrebbero avuto alcuna formazione riguardo alla prevenzione degli incidenti sul lavoro.
La conferma arriva da Orlandi: «Non ricordo di aver mai seguito corsi sulla sicurezza alla Walton. Nel periodo in cui ho lavorato lì non mi risulta fossero state organizzate iniziative di formazione. So che l’azienda si è attivata dopo il mio incidente». Una circostanza in linea con le conclusioni raggiunte dagli inquirenti. Secondo l’allora pm Rossella Soffio, nonostante le attrezzature richiedessero conoscenze e responsabilità particolari, il datore di lavoro non avrebbe fornito «ai dipendenti la formazione sufficiente e adeguata».
Borzani, in qualità di responsabile di cava, non avrebbe fatto osservare ai lavoratori le disposizioni in tema di salute e sicurezza.
Il palista, Arcangeli, non avrebbe seguito corsi specifici in materia prima di essere messo al lavoro sulla ruspa. L’operaio avrebbe circolato nel piazzale con la pala meccanica senza verificare che i colleghi si trovassero tutti a distanza.
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