Il Tirreno

Tribunale

Revolver e razzo in cassaforte, il perito: sono pezzi da museo

di Michela Nicolai
Revolver e razzo in cassaforte, il perito: sono pezzi da museo

A processo per detenzione illegale c’è una nota contabile massese

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MASSA. «Non è una bomba, ma un razzo illuminante e, con il combustibile scaduto, non avrebbe mai potuto attivarsi». A parlare è Giancarlo Lugli, il consulente della difesa di Maria Grazia Bernabucci, nota contabile di Massa ora a processo per detenzione illegale di armi e già sotto inchiesta, insieme ad altre 19 persone, per bancarotta fraudolenta. Proprio nell’ambito di quel procedimento la professionista, che si trovava agli arresti domiciliari per esigenze cautelari, aveva subito una perquisizione nell’abitazione di famiglia. Nella sua cassaforte era stato rinvenuto un piccolo arsenale: sei fucili detenuti regolarmente, ma anche un revolver e una bomba illuminante mai denunciati. Secondo quanto la donna ha sempre sostenuto, quelle armi erano del marito defunto, ufficiale di cavalleria.

In aula davanti alla giudice monocratica Elisabetta Congiusta ieri mattina è stato ascoltato il perito di parte che ha cercato di smontare la tesi, sostenuta dalla pm Simona Siciliani, che la scacciacani e il razzo di segnalazione fossero ancora utilizzabili al momento del sequestro.

«Quella che è stata definita impropriamente “bomba” – ha spiegato Lugli, armiere di lunga esperienza – in realtà è un oggetto ad uso pirotecnico e non avrebbe mai potuto funzionare perché la polvere pirica è vecchia di cinquant’anni e deperita». L’accusa contesta all’imputata anche la circostanza che il petardo illuminante sarebbe ad oggi in uso all’esercito italiano e ancora efficiente: «Non è possibile – ha precisato il consulente tecnico – perché il fucile BM59, che serve per attivare l’accensione, è stato declassato ad arma sportiva e noi in armeria lo vendiamo come arma comune».

Il perito incaricato dall’avvocato di parte Dino Del Giudice, che assiste la contabile, ha fatto considerazioni analoghe sulla pistola “bulldog” ritrovata dagli agenti nella cassetta di sicurezza di casa Bernabucci: «Non è databile con esattezza – ha chiarito Lugli – ma sembra prodotta prima del 1890 e quindi rientra tra le armi antiche. È un pezzo insolito, fuori dagli standard, potrebbe essere artigianale, forse un prototipo. In ogni caso, quella rivoltella non è in grado di sparare perché risulta completamente arrugginita e molto usurata, il meccanismo di funzionamento è compromesso». In tribunale anche due artificieri, con il delicato compito di esibire le armi durante il corso dell’udienza.

La linea difensiva – emerge chiaramente dagli interrogatori dell’avvocato Del Giudice – è quella di provare che revolver e razzo illuminante sono pezzi da museo, che Bernabucci ha solo gelosamente custodito come ricordo del coniuge scomparso. In aula è stato sentito come teste anche l’ispettore Flavio Marchese della Polizia, che aveva coordinato la perquisizione domiciliare e che ha ammesso di non aver mai visto prima, nella sua carriera, una “bulldog” come quella trovata nella residenza della contabile. Le conclusioni dell’accusa poggiano sulla perizia del consulente del pm, l’armaiolo Claudio Tognini, che ha sempre affermato la funzionalità delle due armi ritrovate e detenute abusivamente. Adesso la palla passa al giudice. La fase dibattimentale e istruttoria del processo è chiusa. La sentenza è attesa per il prossimo 26 settembre.


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