La manifestazione
Parla il padre di Mattia, morto sulle Apuane: «La montagna non uccide, lui tra le rocce si sentiva bene»
Alberto, padre del 32enne precipitato sul Garnerone. «I monti li amava, rigeneravano il suo spirito»
MASSA. C’è nelle sue parole lo strazio, il dolore. Quello che ti entra dentro e mette radici. C’è la lucidità, la coerenza, la capacità di guardare ancora le cose. La forza di un padre che perde un figlio, ma non cerca capri espiatori perché non è la colpa di qualcun altro a vincere il nostro dolore. Perché puntare un dito non salva. Non libera.
Alberto Grossi, ambientalista dell’anno nel 2015, ha perso suo figlio Mattia, precipitato dalla cresta del Garnerone. Caduto dalle sue Apuane, su quelle montagne che Alberto difende da anni, di cui chiede tutela e valorizzazione. Quelle montagne che ama e amava suo figlio. Non lo rinnega adesso quell’amore perché non è nelle Apuane che trova colpe per lenire il dolore più atroce: «Ciò che non vorrei sentire da nessuno – scrive sul suo profilo Facebook dopo l’addio a Mattia – sono quelle parole che fanno parte di un cliché retrivo, consunto e distorto, non vorrei si ripetesse quella logica “illogica” di individuare per forza un colpevole laddove colpevoli non ci sono. Per essere chiari: la montagna non uccide nessuno. Esiste invece la casualità, la coincidenza, il fatto inspiegabile, l’errore umano, la valutazione sbagliata, un rischio mal calcolato, un imprevisto. Questo e altro accade ovunque, ma non ho mai letto di un marciapiede che ha spezzato una vita mentre leggo spesso di montagne killer. Che la montagna non uccide lo sa bene chi la frequenta. Fosse vero il contrario in montagna non andrebbe nessuno».
E Mattia in montagna andava per amore. L’amore che aveva conosciuto in casa, quello che ti lega alla terra, quello che ti porta a ad osservare da un altro punto di vista: «Chi va lassù ricerca e trova tutto ciò che il quotidiano nega come la libertà di muoversi a piacimento e in tempi non regolati da altri, può provare la sana fatica che è elementare conoscenza della resistenza del proprio corpo...è ammirare un fiore cresciuto su una cengia e imparare il suo nome; praticare l’escursionismo è il piacere fisico di attraversare un bosco fresco e rigenerante, la gioia di indovinare uno scorcio panoramico, il benessere nel respirare aria pura, lo scintillio di una risorgiva. Mattia è andato in montagna perché ne era attratto, la amava e avrebbe imparato ad amarla ancora di più, perché lì rigenerava il suo spirito, perché tra le crepe delle rocce e a contatto della natura si sentiva bene, perché poteva decidere secondo il proprio arbitrio, perché valeva la pena faticare, salire, anche rischiare per diventare migliore. Per sé e per gli altri». Le parole di Alberto. Tutto il resto è silenzio, «c’è una soglia oltre la quale il silenzio ha il sopravvento; momenti in cui si precipita nella dimensione delle emozioni. Allora contano gli sguardi, i sospiri, le lacrime, il tremore di un petto contro il tuo».
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