Il dolore
Aria fredda sul mare troppo caldo, ecco come è nata la tempesta
Paolo Lunini: non chiamiamolo tornado, ha effetto su un’area più vasta
MASSA. Non chiamiamoli con nomi esotici come tornado, uragano o con la generica espressione “tromba d’aria”; piuttosto, l’evento meteorologico di giovedì ha un nome inglese. È stato uno “downburst”, fenomeni diverso, più tipici del versante tirrenico, ma altrettanto potente.
Una premessa fondamentale quella di Paolo Lunini, responsabile di Meteo Apuane e consulente scientifico per le amministrazioni, contattato da Il Tirreno per capire cosa è successo giovedì mattina, ma anche per sentire la voce di un esperto su fenomeni che sempre più spesso si stanno verificando.
Infatti quello di giovedì 18 agosto è stato il terzo downburst dell’estate, dopo quelli di fine giugno e metà luglio. «Il downburst – spiega Lunini – si verifica quando all’interno di una violenta cella temporalesca avviene un repentino calo di quota di aria molto fredda, che dal “top” della cella scende verso il basso. Quando in questa discesa violenta, l’aria raggiunge il suolo, impatta quasi come uno schiaffo e di reazione si propaga sotto forma di raffiche di vento lineari».
Per fare un esempio, è come quando un palloncino pieno d’acqua cade dall’alto verso il basso e, all’impatto con una superficie, l’acqua schizza in ogni direzione. Aria fredda quindi, che si irradia dal mare verso l’entroterra: «Giovedì a Marina di Carrara la temperatura è calata di oltre 10 gradi centigradi in 5 minuti al passaggio del downburst».
Le temperature calde del mare fanno giocoforza per questi fenomeni: «Questo è un fattore precedente. Il mare più caldo fa sì che i temporali che si formano in mare come quello di giovedì siano particolarmente violenti, perché attingono a tanta energia sotto forma di calore, una sorta di “carburante” che alimenta la cella».
Quindi se la cella è più violenta questo fenomeno discendente di aria fredda è altrettanto violento. E c’è una grande differenza con altri fenomeni, come uragani, tornado o trombe d’aria, spesso erroneamente sovrapposti allo downburst perché «la tromba d’aria o il tornado – che sono la stessa cosa, chiarisce Lunini – si presentano come un cono, un mulinello che risucchia in maniera vorticosa l’aria. Si concentra in una superficie ristretta, per cui i danni sono sì gravi ma in poche centinaia di metri. Il downburst invece è più diffuso, con direzioni lineari. E infatti se vediamo gli alberi sono sempre distesi dal mare verso i monti». L’area interessata poi è molto più ampia: «Noi abbiamo trovato danni da La Spezia, con il clou tra Luni e Marina di Carrara, ma fino a Livorno. Allo stesso modo, troviamo danni dal mare ai monti, a chilometri dal mare. Giovedì quasi tutte le stazioni meteo costiere, da Luni a Forte dei Marmi, hanno registrato le stesse raffiche con massime di 120 o 130 chilometri orari. Poi c’è stato un picco di circa 140 chilometri orari a Marina di Carrara, dove appunti i danni sono più evidenti».
Ma anche verso l’entroterra la forza del vento è rimasta considerevole: «A Massa centro ha raggiunto i 106 chilometri orari e, seppur scemando, è arrivato anche nelle frazioni montane con una violenza notevole». Cosa che non si verificherebbe in caso di trombe d’aria. Un fenomeno che quindi bisogna conoscere, anche perché sempre più spesso si sta verificando: «L’evento di settembre scorso, che a Massa centro raggiunse 145 chilometri era un downburst, ma quest’anno ne abbiamo già avuti tre: il 28 giugno, metà luglio e questo di agosto, più o meno violenti».Fenomeni legati quindi anche ai cambiamenti climatici e alle sempre più alte temperature del mare.
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