Il dolore
Cave, aumenta il canone: «Così si va fuori mercato»
La reazione dei concessionari. E c’è chi pensa al ricorso
MASSA. La scelta della giunta di portare al 5% il canone concessorio non ha lasciato indifferenti i concessionari delle cave, che adesso vogliono vederci chiaro, approfondendo la vicenda, magari con qualche legale. La categoria si sta muovendo in ordine sparso, ognuno secondo le proprie impressioni e ricadute di quell’incremento sulla tassazione.
Il Comune ha deciso, dicevamo, di portare il canone concessorio all’aliquota del 5% rispetto ai precedenti 7,12 euro a tonnellata, forse anche in scia alla polemica che nel frattempo si era venuta a creare. Del resto l’aggiornamento ad almeno il 3% del valore medio di mercato era previsto dal regolamento agri marmiferi, ma era rimasto per così dire “lettera morta”.
La giunta ha deliberato un canone con l’aliquota massima del 5% e retroattivo al 1 gennaio scorso. Il tutto in un settore che lamenta tariffe più alte rispetto ai vicini di Carrara, valori di mercato sfalsati, e parla di un contesto commerciale che sta risentendo degli strascichi del Covid e dell’inflazione. Non tutti i concessionari, comunque, la pensano allo stesso modo. Sicuramente l’aumento da 7, 12 euro a tonnellata al 5% del valore medio di mercato colpisce le cave cosiddette più “ricche”, ovvero quelle che hanno valori medi più alti.
Pietro Abba è il titolare della società che gestisce cava Fondone, dove il canone passa dai 7,12 agli 8,41 a tonnellata. Certo non salta di gioia, ma prende «atto della decisione», pur soffermandosi su come vengono poi spesi quei soldi, «che sono tanti, visto che un blocco non pesa una tonnellata, ma può arrivare anche a 30». Va peggio, invece, a cava Rocchetta Caldia, della Caldia Spa di Andrea Franzoni. Qui il canone passa da 7,12 euro a 17,72, in ragione del valore medio di mercato di 354 euro: «Noi stiamo già pagando il doppio rispetto agli altri, e di questo passo il resto del materiale diventerà non più commerciabile», lamenta Franzoni, che però non ha ancora consultato documenti e carte: «Vedremo cosa poter fare. Parlerò con il Comune, e sentirò anche gli industriali a Carrara. Magari potremo fare un ricorso al Tar». E questo perché oltre all’aumento, che gli sembra «più politico che economicamente ragionato», «se si confermano questi aumenti buona parte del materiale non sarà più commerciabile». Franzoni si muoverà per conto suo, ma anche il Cam, cioè l’associazione dei Concessionari degli agri marmiferi di Massa affronterà questo tema proprio oggi, informa Umberto Ronchieri. L’ordine del giorno non sarà solo l’aumento del canone, e anzi Ronchieri spezza una lancia a favore di Palazzo Civico, rendendo noto ai non addetti ai lavori tutte le traversie burocratiche e regolamentari del settore, come il ritardo enorme dei Pabe, l’approvazione del Piano integrato di parco, e non ultimo gli stessi valori medi di mercato, che dovevano essere rivisti sulla base di indagini geologiche, e da quelle partire con aumenti o riduzione. «Ciò per adesso non è accaduto, e ora si è giunti ad un consistente aumento, assurdo se comparato con la vicina Carrara». Anche Ronchieri ragiona in termini di competitività con la vicina città: «Noi siamo pigmei rispetto a loro, che hanno molte più cave. Da noi alcune sono parzialmente attive, e rischiamo di essere messi a margine del mercato». Specie in un momento in cui il mercato tra riflessi della pandemia e contraccolpi della guerra stenta a ripartire
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