Toscana
Integrativo, lo sciopero continua «No ai ricatti sugli straordinari»
Oggi un’altra manifestazione al ponte di ferro, lunedì il tavolo a palazzo civico: «Welfare e aumenti peggiorativi, eppure i fatturati delle aziende sono da record»
CARRARA. C’è la riduzione dell’orario di lavoro, come primo punto: da 39 attuali a 35 settimanali, tutto l’anno. E che sia qui la novità sostanziale lo riconoscono tutti, a partire dalle sigle. Certo, un primo accenno era già stato fatto quattro anni, ma non così netto: «Sì, è sicuramente un cambio di paradigma importante», dice Leonardo Quadrelli segretario provinciale generale della Fillea Cgil. Ma è proprio su quello, sul punto centrale, pronto a scomodare la grande tradizione apuana delle lotte sindacali – con Alberto Meschi, nel 1911 probabilmente la più nota – che la trattativa del pomeriggio di giovedì nella sede di Confindustria si è fermata. Da lì il via allo sciopero dei lavoratori del lapideo apuano che proseguirà anche lunedì mattina, con un confronto in Comune, un tavolo con la sindaca Serena Arrighi, presente, come scriviamo a parte, nella mattina di ieri con i lavoratori. Un tavolo che sarà intervallato da una nuova manifestazione stamani e anticipato dal corteo per giungere a palazzo civico. Un corteo, quello di lunedì, che partirà dal ponte di ferro alle 5, poi – prima di andare in piazza Due Giugno – la pesa di Miseglia, in quella piazza Giovanni “Pedro” Pedrazzi – anche qui, tornano i simboli, con i nomi di uno dei più noti sindacalisti del settore lapideo – dove ieri mattina si sono ritrovati in diverse centinaia, la maggior parte dalle cave, dal monte, con le sigle, le categorie Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil e la Lega del cavatore, per un comparto che – stimano i sindacati – complessivamente in provincia muove tremila addetti, forse di più.
Nodi e numeri
Fazzoletti rossi, scarponi da cava, bandiere delle sigle e un palchetto improvvisato in uno dei luoghi emblematici della lavorazione del marmo, la pesa. Una mattinata, quella di ieri, iniziata alle 5, al ponte di ferro. E da lì i sindacati, come ribadito nella piattaforma, insistono sui numeri, quelli del rapporto di economia sul comparto marmifero dell’Isr dell’ente camerale per evidenziare quella «sproporzione inaccettabile tra gli addetti che diminuiscono e i fatturati record che salgono» (copyright Nicola Del Vecchio, segretario Cgil): «Nel 2011 venduti 145 milioni di euro (materiali grezzi), nel 2021 194 milioni: +25,3%; nel 2011 venduti 263 milioni di euro (materiali lavorati), nel 2021 349 milioni, +24,5%», si legge nella piattaforma delle sigle; ma c’è anche l’età media dei lavoratori che nel giro di dieci anni è passata 46 a 49 anni. Dopo le premesse i temi. «Solo le aziende che sapranno investire in qualità, nei nuovi processi produttivi, sulla formazione, ma soprattutto sulla valorizzazione dei propri dipendenti avranno un futuro. Il settore è nato e cresciuto scommettendo sempre sulla professionalità, sulla manualità e sul sapere dei marmisti e dei cavatori che hanno sempre soltanto richiesto un contratto adeguato alla qualità e al valore di quanto producono. Siamo convinti invece che il settore provinciale possa perdere la sua forza propulsiva e morire se si inizia a dividere le imprese e i lavoratori. Procedendo gli uni contro gli altri attraverso la rincorsa al costo del salario più basso e conseguentemente al prezzo più basso dei prodotti tra le stesse imprese magari utilizzando il taglio dei diritti, della sicurezza e del salario dei marmisti come strumento per abbassare il costo del lavoro. A chi ci propone questo sistema per il futuro dividendo aziendalmente il salario provinciale tra le diverse cave e tra diversi laboratori ci opporremo con ogni determinazione possibile e immaginabile».
I dettagli del contratto
Si va, come detto, dalla nuova cava scuola con la formazione al piano dei lavorati, come richiesta: corsi al piano e al monte, per aspiranti dipendenti maggiorenni; ore in aula e in azienda, per una proposta – viene fatto sapere – sulla quale c’è stata l’apertura degli industriali nel tavolo del giovedì, durato ore e interrotto nel braccio di ferro per l’orario di lavoro, da portare – per i sindacati – a 35 ore, invece che alle attuali 39 in cava (40 al piano). Questa è la parte che in gergo si chiama “normativa”: «Come premessa gli industriali hanno detto che non è questo il tavolo (e lo ribadiscono in nota, come scriviamo a parte, ndr), essendo una contrattazione di secondo livello e poi avevano proposto che venisse disciplinato da un punto di vista aziendale (ditta per ditta, tradotto, ndr); abbiamo ottenuto che fosse invece provinciale (per l’ultima volta) e che disciplinasse tutti, ma sull’orario non c’è stata nei contenuti l’apertura ravvisata, per esempio, sulla cava scuola», fa sapere ancora Quadrelli, maglia gialla e bandiera rossa della Fillea in mano che si alterna con gli altri colleghi al centro della piazza con attorno i lavoratori. Che la questione orario sia quella maggiormente sentita lo traduce plasticamente l’ampio dibattito: specialmente le sue possibili implicazioni economiche. E c’è chi, inevitabilmente, mette nel mirino il nodo rappresentato dai tagli per gli “straordinari”. La replica a chi solleva la questione è affidata a un volantino di Fillea rispolverato a distanza di settimane per l’occasione: «Le minacce di “togliervi” gli straordinari di “quei padroni lì” ci sono sempre state e ci saranno sempre. L’unione però fa la forza. Non inginocchiamoci ai ricatti». Poi la parte economica, tra le richieste della piattaforma. L’indennità di mensa portata a 8 euro (da 5,21); mentre sul premio assiduità lavorativa ci «hanno offerto solo 0,7 euro al giorno, dal 2024», ma – ripete Quadrelli – un lavoratore del monte potrebbe perdere, in quattro anni, rispetto al precedente contratto integrativo, fino a 2.050 euro e sarebbero 1.550 euro per quelli del piano. «E il welfare? Solo 200 euro, rispetto ai 454 dell’ultima volta». La chiosa è affidata a Daniele Battistini segretario regionale Feneal Uil: «Bene per le aperture, ma le integrazioni servono oggi, non nel 2024...».
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