Il Tirreno

Il romanzo

Carrara, quelle navi dei veleni

La motonave Rigel affondata nel 1987
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La motonave Rigel affondata nel 1987

Nel primo romanzo di Francesco Di Sarcina, “Marsili”, si ripercorre anche la storia delle numerose navi partite da Carrara e poi affondate

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Carrara Oggi alle 18, al Terminal 1 di Largo Fiorillo alla Spezia, Francesco di Sarcina, già segretario generale dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Orientale, che comprende i porti di Spezia e Carrara, da pochi mesi presidente della Port authority della Sicilia Orientale-Augusta e Catania, presenterà, insieme ad Angelo Ciccio Del Santo, il suo romanzo d’esordio “Marsili”, edito da Il Filo di Arianna. Il romanzo di Di Sarcina prende il nome dal più grande vulcano sommerso del Mediterraneo, baricentro di una storia legata al traffico internazionale di rifiuti tossici e basata su avvenimenti reali. Si tratta del fenomeno delle cosiddette “navi a perdere” o “navi dei veleni”, almeno nove delle quali, tra 1986 e 1988, salparono anche da Carrara, cariche di sostanze tossiche o radioattive destinate al terzo mondo o affondate dolosamente nel Mediterraneo. La prima fu l’italiana “Mikigan”, che lasciò Carrara per inabissarsi davanti alle coste calabresi il 31 ottobre del 1986. L’11 febbraio 1987 salpò il cargo maltese “Lynx”, che trasportava oltre 2mila tonnellate di rifiuti industriali. Il 17 aprile di quell’anno partì la “Akbay-1”, che ne caricava più di 800 tonnellate. A giugno fu il turno della cecoslovacca “Radhost”, diretta a Beirut, con oltre 2.400 tonnellate. Il 9 settembre toccò poi al cargo maltese “Rigel”, carico di 3mila tonnellate, affondato dolosamente 12 giorni dopo 20 miglia a sud-est di Capo Spartivento, 50 km a sud di Reggio Calabria. Questo bastimento, che non fu mai ritrovato ed il cui equipaggio si dileguò dopo l’affondamento, avrebbe trasportato anche uranio arricchito.

Alla partenza da Carrara, però, la motonave non fu mai ispezionata. L’elenco prosegue con le navi “Baruluch”, “Danix”, “Line” e “Juergen Vesta Denise”, che trasportavano in totale 43.330 tonnellate di rifiuti tossico-nocivi. Alcune di queste imbarcazioni, come la “Mikigan” e la “Rigel”, erano caricate con granulato di marmo, che, oltre ad occultare i rifiuti tossici in caso di controlli, ne avrebbe schermato la radioattività.

I nomi delle navi sono noti grazie alle denunce che la lista dei Verdi di Carrara presentò per prima nel febbraio 1987. Questi traffici illeciti costarono la vita a chi indagava con coraggio per scoprire la verità, come il capitano di corvetta Natale De Grazia, ufficiale delle capitanerie di porto medaglia d’oro per meriti investigativi, morto avvelenato il 13 dicembre 1995, la cui tragica vicenda riporta nuovamente a Carrara. Il militare, infatti, si era concentrato proprio sulla “Rigel”. Dopo la sua morte, Francesco Neri, all’epoca sostituto procuratore di Reggio Calabria, ordinò di andare a prendere le carte su cui l’investigatore stava lavorando, rimaste alla Capitaneria di porto di Marina di Carrara e contenenti i piani di carico di ben 180 imbarcazioni. L’edificio, però, si allagò durante l’alluvione del 1996 e tutti documenti andarono distrutti. Altre bolle di quelle navi, custodite nell’armadietto di De Grazia alla Capitaneria di Reggio Calabria, scomparvero quasi subito. «Il mio -premette Di Sarcina- non è un saggio di inchiesta, ma un romanzo, che parla di avventura amicizia, coraggio e legami familiari. Nel libro immagino che la Rigel non sia stata affondata al largo della Calabria, ma sulle pendici del Marsili, nel Tirreno, perché, trattandosi di un vulcano sommerso, è il luogo ideale per giustificare la presenza della radioattività in eccesso dovuta all’occultamento di un carico nucleare». L’autore ha anche sostenuto che, essendo ormai trascorsi quasi 40 anni, sarà difficile fare giustizia sulle “navi dei veleni”, anche perché dietro di esse agiva un’organizzazione estremamente ramificata e potente, spesso garantita da collusioni e protezioni molto altolocate. «Oggi, -ha concluso di Sarcina- che esistono mezzi di indagine e controllo assai sofisticati, il fenomeno delle navi a perdere, probabilmente, è scomparso dai mari conosciuti. Dubito, però, che la verità verrà mai a galla, anche a causa dei non pochi imbarazzi e brutte figure per lo Stato italiano».

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David Chiappuella

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