Il dolore
A processo per minacce e sequestro di persona
L’episodio culminante quando l’ex compagna fu portata in spiaggia e si rifugiò in un ristorante dopo che lui le aveva puntato alla gola un coltello
Carrara. La caricò in auto con la forza, di notte, la portò in spiaggia puntandole un coltello alla gola e minacciandola che per lei sarebbe finita male se non gli avesse fatto vedere suo figlio. È questo, secondo le accuse formulate dalla Procura di Massa, l'epilogo di mesi di litigi, appostamenti sotto casa, pedinamenti e decine di telefonate al giorno, che hanno portato la donna a denunciare l'ex compagno, padre di uno dei suoi figli.
È accusato di sequestro di persona, lesioni personali e minacce e si trova a processo davanti al collegio presieduto dal giudice Ermanno De Mattia che il prossimo 13 luglio emetterà la sentenza. Molti gli episodi contestati nel corso del processo, raccontati dalle testimonianze dei vicini di casa, dei parenti della donna e della prima figlia: ieri mattina ha testimoniato un amico che ricordava di aver visto sul cellulare della donna anche 80 telefonate arrivate dal numero dell'ex compagno in poche ore; e ancora una vicina che spesso vedeva l'uomo aspettare la donna sotto casa, e poi infuriarsi davanti ai bambini perché lei era uscita e non gli aveva risposto; «Io morirò presto, ma la incontrerò al campo santo perché quella donna l'ammazzo» avrebbe detto l'uomo ad un carabiniere (che ha testimoniato) durante i rilievi dell'ennesimo litigio. E ancora minacce di toglierle il bambino, di fare del male a lei e alla sua famiglia: «Ti rovino la vita» le avrebbe detto avanti ad amici.
Poi l'episodio che ha portato l'uomo a processo: alla centrale del 112, una notte dell'estate del 2021, arrivò la richiesta di aiuto da parte della titolare di uno stabilimento balneare, perché una donna si era rifugiata nel suo ristorante sulla spiaggia, scappando da un uomo armato. I carabinieri sul posto trovarono sia l'uomo che la donna, visibilmente alterati e dopo i primi rilievi recuperarono anche il coltello a serramanico, gettato in spiaggia, con cui la donna sostenne di essere stata costretta a seguire l'ex compagno. La vittima ai carabinieri raccontò che l'uomo la stava pedinando per strada, mentre lei era a piedi a passeggio; che l'aveva costretta a salire con lui in auto e poi a seguirlo in spiaggia con un coltello puntato alla gola, e che solo grazie ad un momento di distrazione dell'uomo lei era riuscita a scappare e a rifugiarsi nel ristorante.
Ieri mattina, mercoledì 4 maggio, l'imputato ha voluto rendere la sua versione dei fatti: «Non mi faceva più vedere nostro figlio - racconta - nonostante ci fosse una disposizione del giudice; è per questo che la chiamavo spesso, perché volevo parlare con lui. Non vedo mio figlio da quasi un anno. Quella notte la vidi per strada per caso, erano le 23,30 e la fermai per chiederle con chi avesse lasciato il bambino. È salita in auto con me di sua spontanea volontà e mi ha chiesto lei di portarla sulla spiaggia, vicino a quel ristorante dove di solito ci appartavamo. Ho creduto che volesse ricominciare la nostra relazione. Invece è scappata, ha iniziato a urlare. Il coltello l'avevo in tasca e l'ho gettato via perché ho avuto paura che i carabinieri pensassero che portavo in giro armi per ferire la gente. Non l'ho mai minacciata, volevo solo parlare con lei per convincerla a farmi vedere il bambino».
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