Sicurezza
Polo chimico e bonifiche negli scatti del passato
La mostra del circolo “Spazio Alber1ca”. Esposte le foto di Italiana Coke e Farmoplant
Un ritorno al passato, la possibilità di capire, attraverso le immagini, cosa è stato il polo chimico. Una mostra fotografica dal titolo “Zona industriale apuana. Dall’inquinamento alla bonifica… Speranza, ne abbiamo?”, che consente di farsi un’idea chiara, che sia da monito per il futuro, di come viveva la popolazione apuana durante i tristi giorni in cui il territorio subiva le produzioni della Farmoplant e dalle altre aziende del polo chimico, appunto.
L’iniziativa, inaugurata giovedì scorso a Carrara, al circolo Arci “Spazio Alber1ca”, con sede nell’omonima piazza, sarà visitabile fino al 21 aprile dalle 18 alle 20, escluse Pasqua e Pasquetta, per poi spostarsi sul territorio ed arrivare anche nelle scuole superiori. Si tratta di 14 pannelli, arricchiti da foto ed accurate didascalie, realizzati da un gruppo di lavoro coordinato dalla professoressa Alessandra Valsega, già dirigente scolastica, al quale, oltre al circolo “Spazio Alber1ca”, presieduto da Luciana Ceccarelli, anch’ella già preside dell’istituto comprensivo Carrara e paesi a monte, hanno collaborato anche Adic Toscana, circoli Legambiente di Carrara e Massa, Medici per l’ambiente, comitato Nuovi paesaggi urbani, associazione MurAperte e Coordinamento per la depurazione, le bonifiche e la ripubblicizzazione del servizio idrico.
All’inaugurazione della mostra era presente Rigoletta Vincenti, candidata sindaco di Movimento 5 Stelle, Rifondazione comunista ed Articolo uno. Per l’amministrazione comunale hanno partecipato l’assessora all’ambiente Sarah Scaletti e quello alle opere pubbliche Andrea Raggi.
Che l’esposizione abbia un forte intento di denuncia è chiaro già dal suo manifesto, in cui si vede un’immensa e densissima nube polverosa sprigionatasi da uno stabilimento della zona industriale, che sembra ingoiare tutto ciò che la circonda. La foto risale al periodo tra il 25 maggio 1990 ed il 5 agosto 1991, quando, sotto il controllo dell’ allora Usl 2 di Massa-Carrara, furono demoliti la quasi totalità dei fabbricati e delle infrastrutture dell’ex Italiana Coke. I capannoni dell’ex cokeria furono letteralmente fatti esplodere con la dinamite.
A seguito di ciò, il territorio fu ricoperto da un polviscolo contenente amianto, originato dallo sbriciolamento delle notevoli coperture in eternit dei tetti della fabbrica, completamente polverizzati dall’esplosione. Dopo questo intervento, la popolazione insorse ed il Comune di Carrara dovette fermare i lavori, sequestrando il sito. Molte immagini, poi, documentano il disastro della Farmoplant, mostrando la gigantesca nube tossica causata dall’esplosione del serbatoio del pesticida Rogor il 17 luglio 1988, che portò alla chiusura del polo chimico. La mostra, però, vuole evidenziare che il business dell’azienda, oltre al commercio dei pesticidi, si basava sulla termodistruzione di rifiuti tossico-nocivi, praticata per mezzo del suo inceneritore “Lurgi”, costruito dall’omonima società di ingegneria. Questo impianto avrebbe dovuto bruciare solo i rifiuti chimici della Farmoplant e, invece, avrebbe smaltito grandi quantità di ogni genere di sostanze pericolose provenienti da mezza Europa. Se ne ebbe la controprova quando venne spento d’autorità. Nel Mediterraneo cominciarono infatti a viaggiare, ormai senza approdo, le tristemente note “navi dei veleni”, almeno nove delle quali, tra il 1986 ed il 1988, salparono anche dal porto di Carrara, cariche di rifiuti tossici nocivi provenienti da industrie del centro Nord. Queste navi, come denunciato all’epoca da Legambiente, Greenpeace e Liste Verdi, partirono per Gibuti, Venezuela e Romania.
Le fotografie ripercorrono il caso della siriana Zanoobia, la prima nave ad essere chiamata “dei veleni”, che, dopo mille inutili tentativi di sbarco, tornò davanti al porto di Marina di Carrara, con la stiva piena di migliaia di fusti ormai rovinati e la volontà di smaltirli nell’inceneritore della Farmoplant. La mobilitazione dei cittadini, però, impedì lo scarico della nave, che ripartì per attraccare a Genova il 29 maggio 1988.
«Ad oggi – recita una didascalia – non è noto che fine abbia fatto il carico di veleni». Nelle immagini in mostra si vedono anche figure di spicco del movimento ambientalista, come Luigi Mara, uno dei maggiori chimici italiani e Marcello Palagi, tra i fondatori dell’Assemblea permanente, ma anche le proteste organizzate dai cittadini più esposti all’inquinamento, come gli abitanti della frazione di Alteta, antistante la Farmoplant. Un pannello è dedicato a Vittorio e Giancarlo Manici, ex lavoratori della Rumianca, la cui famiglia ha pagato un tributo pesantissimo alla fabbrica avenzina. Carlo Manici, padre dei due fratelli ed anch’egli operaio alla Rumianca, morì a 46 anni per un tumore alla gola, mentre la loro madre, che distribuiva latte all’interno dello stabilimento, dovette smettere di lavorare, perché soffriva di emorragie al fegato e allo stomaco, che avrebbero condannato anche lei ad una fine prematura. Giancarlo, il minore dei fratelli, che lavorò alla Rumianca dal 1970 al 1984, è morto nel 2019. Vittorio Manici, invece, ammalatosi di tumore a causa della prolungata esposizione all’arsenico, è stato operato ad entrambi i polmoni. L’ex operaio, oggi 81enne, è uno dei pochissimi sopravvissuti dei 700 che, fra dipendenti diretti ed imprese dell’indotto, lavoravano alla Rumianca.
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