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Il marito violento esce di galera, lei lo scopre dalle foto sui social
Nessuno avverte la ex moglie pestata e umiliata per 25 anni. «Era in permesso, non c’è obbligo: è dentro per tentato omicidio, non per maltrattamenti». La donna: «Qualcuno ha valutato il rischio che io corro?»
Lunedì 11 aprile riceve le foto intorno alle 13.30. Lui ha la barba fatta di fresco, indossa un piumino rosso, leggero. È accanto alla statua di Giulietta. Guarda dritto verso l’obiettivo. Lo oltrepassa. «Mi manda il messaggio: guardami, sono libero e tu non lo sai». A Cristina (nome di fantasia, per tutelare la vittima di violenza) la voce trema ancora. Non è rabbia. È paura. Per la prima volta in quattro anni, prima di andare a letto ha sprangato porta e finestre di casa. Lui, la sera, è tornato in carcere a Verona: «È uscito poche ore, per un permesso, con un educatore. Un percorso di recupero, mi hanno detto. Ma lunedì era in giro, a farsi le foto con la sua compagna». A insaputa della ex moglie. E a insaputa anche della questura di Massa. Troppo da sopportare per una donna che, da quando il marito è in carcere, per tentato omicidio e anche per maltrattamenti in famiglia, minaccia la ex moglie di ammazzarla. La minaccia con lettere dal carcere. Prima da Massa, poi da Pisa. Anche da Verona, dove si è perfino procurato, per due volte, un cellulare (illegalmente) per raggiungerla. Per farle sapere che mai sarebbe stata al sicuro.
Lunedì, Cristina ha avuto la conferma che lui non la lascerà mai in pace. «Mi ha mandato il suo messaggio: il mio tempo è scaduto. Io non so più come proteggermi. La legge non più protegge. Le forze dell’ordine mi sostengono, ma non mi possono difendere». Quasi è tentata di dire di essere pentita di averlo denunciato. L’ha fatto quando lui era già in carcere, condannato per tentato omicidio. La terrorizzava l’idea di doverlo riprendere in casa agli arresti domiciliari. Di ricominciare come prima: le botte, la violenza sessuale, le umiliazioni. Senza il suo permesso, Cristina non si poteva neppure dare lo smalto. «Quello rosso è da puttane».
Cristina, come viene a sapere che suo marito è uscito dal carcere di Verona dove è detenuto per tentato omicidio?
«Dai social. La sua compagna attuale pubblica le foto di loro due in giro per la città».
Quando ha visto quelle foto che cosa ha pensato?
«Il primo pensiero? “Per me è finita. Non hai più tempo per intervenire, per fare qualche cosa per salvarti. Il tuo tempo è scaduto”. Non ho provato rabbia. Ma ho provato un forte senso di impotenza e di delusione: ho sentito che in nessun luogo posso essere al sicuro. Poi mi sono detta: ha pubblicato quelle foto per mandarmi un messaggio forte e chiaro: “Guardami, sono libero”».
Lei sapeva che il suo ex poteva uscire dal carcere?
«No. Infatti ho subito chiamato la questura di Massa per capire se loro sapevano. Ma anche la polizia non era stata informata di questa uscita. Io ero terrorizzata. Non mi hanno lasciata sola. Mi hanno proposto anche di mandarmi due pattuglie a casa, per tranquillizzarmi. Nel frattempo, hanno iniziato a informarsi con il carcere di Verona. Volevo a tutti costi sapere se lui era libero, per quanto tempo, se sarebbe rientrato in carcere la sera, se aveva più giorni di permesso».
Che cosa le hanno riferito?
«La questura mi ha riferito che era uscito con un permesso, insieme a un educatore (che nelle foto postate non si vede, ndr). Sembra che sia stato autorizzato a partecipare a un percorso rieducativo».
Perché non l’hanno informata dei movimenti del suo ex? In base al Codice rosso, lei dovrebbe essere informata se lui dovesse essere scarcerato, a tutela della sua incolumità.
«La questura mi ha spiegato che, essendo detenuto a Verona per tentato omicidio e non per i maltrattamenti in famiglia, non hanno alcun obbligo di informarmi dei suoi movimenti».
Lei è contraria ai suoi permessi?
«Vorrei essere chiara su questo: se lui ha diritto ai permessi, se ha diritto a un percorso di recupero, di riabilitazione, io non mi oppongo. È evidente che chi gli ha concesso questa possibilità ha ritenuto che fosse opportuna. Più in generale non sono neppure contraria alla sua libertà».
Se lei non è contraria alla sua libertà, allora cosa chiede?
«Pongo una domanda alle persone che hanno messo in libertà il mio ex: hanno valutato il rischio che corro io come vittima di violenza? Hanno valutato se lui come maltrattante abbia abbandonato i suoi intenti violenti nei miei confronti e nei confronti dei miei figli? L’uomo che due giorni fa si faceva le foto in centro a Verona è lo stesso che mi spediva le lettere minatorie dal carcere, nelle quali annunciava che mi avrebbe dato fuoco, che mi avrebbe gambizzato. Me le ha mandate da Pisa, da dove ha tentato anche di evadere, me le ha mandate da Massa, dove mi ha anche aggredito all’interno del cortile del penitenziario, me le ha mandate da Verona. È stato un violento e un manipolatore: qualcuno ha valutato se lo è ancora?».
Lei lo definisce anche un manipolatore: cosa c’entra con i permessi per la libertà?
«C’entra. Quando era in carcere a Pisa si è servito di un’educatrice, della sua buona fede, per farmi spedire a nome suo, un libretto che conteneva minacce di morte. Lui aveva il divieto del giudice di contattarmi, di scrivermi. Così ha consegnato questo libretto al’educatrice. Lei è andata alla posta e me lo ha inviato a nome suo: io ho aperto la busta perché ho visto come mittente una donna. Chi mi assicura che lui non possa manipolare un altro educatore a Verona? »
A quale scopo?
«Magari per farsi accompagnare da me. Con la scusa di incontrarmi. O di vedere i figli che gli mancano tanto. È per questo che vivo nel terrore. Non ho paura per quello che potrebbe fare a me: io 25 anni fa l’ho scelto come compagno e ho sopportato, fino a quattro anni fa quando ho deciso di uscire dal circolo della violenza. Ma i miei figli no. Non lo hanno scelto. E ora non sopporto l’idea di non avere mezzi per proteggerli».
Perché dice di non avere mezzi per non proteggerli?
«Perché è così. Lo Stato non ha impedito al mio ex marito di minacciarmi di morte dal carcere; lo Stato non è obbligato ad avvertirmi quando il mio ex esce perché è detenuto per un tentato omicidio e non per la violenza in famiglia. Se lo Stato non ha gestito il mio ex dentro una cella, figuriamoci come può gestirlo quando è fuori, anche solo per un permesso. E questa certezza mi fa vivere nell’incertezza: non sapere mai chi c’è alla porta, quando qualcuno suona il campanello, non sapere mai cosa trovi quando esci di casa. Non sapere se quando ti arriva una telefonata, dall’altra parte hai un poliziotto che ti comunica: l’obiettivo della vendetta di suo marito non era lei, ma i suoi figli».
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