Calcio
Massa, medici di famiglia stressati e travolti dalla burocrazia
La testimonianza di Giuliana Bondielli: «Il poco personale di segreteria non riesce a liberarci dalle scartoffie che si moltiplicano ogni giorno»
MASSA. Tanti medici di famiglia hanno lasciato il lavoro e, complici i due anni di Covid, altri li seguiranno. Il peso dello stress davanti ad un nemico invisibile e senza cure, affrontato praticamente “a mani nude”, ha creato in molti sanitari (medici ed infermieri) un grosso affaticamento fisico e mentale, la cosiddetta sindrome del “burn out”, con insonnia e depressione, prima a livello lavorativo e poi anche personale.
Secondo Giuliana Bondielli, medico di base a Massa, le percentuali sono elevate, anche sopra il 40 per cento. Lo sciopero nazionale della categoria ha aperto una realtà drammatica. Per capire come sia oggi la “giornata tipo” di questi medici basta ascoltare la testimonianza di Bondielli al Tirreno.
Uno studio olandese dimostrerebbe come circa il 40 per cento dei medici di base andrebbe incontro nel percorso di lavoro alla sindrome del “burn out”, uno stress profondo e prolungato con disturbi di insonnia e depressione, prima in campo professionale poi trasportati anche a livello personale. In questi due anni di pandemia lo ha mai riscontrato nella sua esperienza di medico?
«L’ho riscontrato e vissuto: molti di noi hanno abbandonato o stanno abbandonando anche a causa di quello, ma è stata la pandemia a far traboccare il vaso. Ci siamo trovati (come tutto il personale sanitario) di fronte ad una malattia tremenda e ignota da curare senza sapere come. Durante il primo anno, la sconfitta era quotidiana e non potevamo distrarci. La Medicina generale, primo contatto sanitario della popolazione, è stata incaricata di risposta e attuazione di normative burocratiche per tamponi, certificazioni di malattia specifiche, accesso alle Unità speciali di continuità assistenziale (Usca, vaccinazioni per gli over 80 al’’arrivo dei vaccini, percorsi di esenzione dalla vaccinazione stessa, vaccini al resto degli assistiti con le tappe che Governo e Regioni stabilivano. Questo ha significato incentivazione degli orari di presenza negli ambulatori. Siamo stati e siamo coloro che interpretano per i cittadini ogni modifica attuativa dei decreti, l’argine alle mancate risposte di altri Enti. Per qualsiasi cosa, il primo passo è chiamare il medico di Medicina generale: centinaia di telefonate giornaliere, cittadini fuori degli ambulatori a protestare per la mancata risposta, ad accusare di scarsa attenzione, a chiedere accudimento, a dettare disposizioni (spesso secondo loro convinzioni) ed è ancora difficile. Da qui l’insoddisfazione per le giornate spese con l’attenzione al prossimo che sembra non accorgersene, notti con sonni brevi, risvegli ripetuti, sentimenti altalenanti. Poi l’insufficienza del numero di medici di Medicina generale legata ai pensionamenti di un’intera generazione di colleghi, che lasciano privi di riferimento gli assistiti, le Aggregazioni Funzionali territoriali) e Medicine di gruppo a cercare di arginare la carenza, aumenti del numero di richieste di visite da parte di persone che non conoscevamo e dovevamo inquadrare, prima che curare. Non ci possiamo ammalare, non possiamo pensare a giorni di tregua perché non c’è nessuno che voglia/possa sostituirci, affrontando il nostro incubo quotidiano. Ecco il burn out, la demotivazione legata alla stanchezza, il desiderio di “gettare la spugna”. La stanchezza impedisce l’attenzione continua e questi due anni ci hanno spremuto tutte le energie: la percentuale di colleghi affetti da ansia e demotivazione aumenta di molto sopra al 40 per cento».
Un fattore importante di critica, dei medici di base, è il peso dell’impegno burocratico che toglie in alta percentuale ore di lavoro destinabili all’assistenza dei pazienti. Lo dimostra il recente sciopero nazionale. Nell’ambito della sua professione, quanto si concretizza questo aggravio giornaliero?
«Sono comparsi decreti ministeriali sempre nuovi, la parte burocratica più impegnativa sono state certificazioni di malattia per l’Inp, richieste di tamponi, verifica dei risultati senza parlare della richiesta di vaccini e la loro registrazione sul sito regionale, che si è andata snellendo da poco tempo. Un’altra criticità legata all’applicazione delle note di legge per la dispensazione di alcuni farmaci. Fino a due anni fa, antidiabetici, farmaci per la bronchite cronica e fibrillazione atriale erano dispensabili solo dietro la compilazione di piani terapeutici rilasciati da specialisti. Da pochi mesi i piani sono passati a noi, però restano vincolati all’avvallo degli specialisti. Dobbiamo prima richiedere la loro consulenza, poi riesaminarla e decidere se quel farmaco è prescrivibile o no e compilare il piano e la prescrizione. Ci dobbiamo fare carico dei problemi derivati dal collasso di altre istituzioni, non in grado di svolgere compiti che dovrebbero svolgere. Ripetere richieste di visite ed esami stilate in modo errato negli ambulatori specialistici o compilare liste infinite di esami richiesti da altri e rimborsi per le compagnie assicurative legate a visite effettuate da altri in regime di libera professione. E il personale di segreteria è scarso e non riesce a sollevarci dalle scartoffie. In tutto ciò scompare la possibilità di un’attività clinica da noi profondamente rimpianta».
Dopo l’estate è prevedibile, a giudizio degli esperti, un’altra ondata del virus di portata e diffusibilità ancora da definirsi. Lei pensa che l’ormai consueto “liberi tutti”, trovandoci fuori dalla copertura vaccinale, possa facilitare questo impatto?
«Liberi tutti sembra essere necessario per recuperare un’economia in crisi: ma non si deve fingere che il virus non ci sia più e si possano riprendere le vecchie consuetudini. Nei luoghi chiusi il distanziamento, così come l’igienizzazione delle mani e (per ora ma, non saprei fino a quando) le mascherine e i vaccini ci salvano la vita. Continuiamo a stare attenti perché l’epidemia non ci affligga nuovamente con altre nuove varianti. Per ora, non mi sento neppure di pensare ai nuovi scenari che la guerra in evoluzione oggi può a breve presentarci. Preferisco pensare ad un giorno alla volta». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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