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Accesso abusivo alla banca dati, carabiniere a processo
MASSA. È accusato di “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico” e ne sta rispondendo davanti al giudice Ermanno De Mattia. Lui non è un cittadino qualunque e quando secondo la Procura di Massa commise reato, indossava la divisa, quella di comandante della stazione dei carabinieri di Massa. Il luogotenente Arturo Minoliti, oggi in pensione, ieri mattina figurava imputato nella prima udienza che lo vede accusato di un “tipico” reato che soltanto gli appartenenti alle forze dell'ordine possono commettere, ovvero l'accesso alla Banca dati interforze Ced Sdi del ministero dell’Interno, che contiene tutte le informazioni acquisite dalle forze di polizia nel corso di attività amministrative e di prevenzione o repressione dei reati.
L’accesso alla banca dati della polizia è consentito solo agli ufficiali di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza, agli agenti di polizia giudiziaria autorizzati e anche all'Arma dei Carabinieri. Accedere abusivamente a questo sistema, può costare dai 5 agli 8 anni di reclusione. Secondo la Procura l'ex comandante della Stazione di Massa, contattato da alcune persone per avere informazioni su un cittadino, avrebbe fatto accesso allo Sdi, preso le notizie che gli interessavano e rivelatele a chi gliele aveva chieste, e ad “incastrarlo” sarebbero state alcune intercettazioni telefoniche.
La Procura ha ricostruito così i fatti: si tratterebbe di “conversazione a tre” tra il carabiniere e altre due persone, di cui una, all'epoca dei fatti risultava intercettata all'interno di un'altra inchiesta. Per cui, quel pomeriggio, il carabiniere che stava intercettando l'uomo, sarebbe “incappato” in una conversazione “pericolosa” che vedeva come interlocutore proprio quello che era il suo comandante Arturo Minoliti.
Ieri mattina in Tribunale a Massa è stata ascoltata la testimonianza del carabiniere che intercettò Minoliti al telefono e avrebbe raccontato che gli fu chiesto “un favore”, un piccolo controllo su un “inquilino scomodo” che non voleva lasciare l'appartamento di un altro apuano e su cui si chiedevano informazioni, per capire che “tipo era”. Secondo l'accusa Minoliti avrebbe “accontentato” il suo interlocutore, entrando nel sistema Sdi del ministero dell'Interno e facendo alcune ricerche, i cui risultati sarebbero poi stati successivamente comunicati.
Completamente opposta la tesi della difesa dell'ex comandante, assistito dall'avvocato Marco Guidi, che mira a dimostrare la sua totale estraneità ai fatti.
A provare l'innocenza di Minoliti, secondo la difesa, saranno proprio quelle intercettazioni telefoniche, in cui è incappato, e la cui perizia è stata depositata ieri mattina all'inizio dell'udienza.
La Procura ascolterà, il prossimo dicembre, altri due testimoni, gli interlocutori di Minoliti, e poi sarà la volta dei teste della difesa.
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