Toscana
In furgone da Massa al confine ucraino per portare in salvo donne e bambini
Tre conducenti, di cui due apuani, sono andati, gratuitamente, a Luzhanka per portare in Italia due famiglie di profughi
massa. Non lo hanno fatto perché dovevano ma perché volevano. Loro, autisti di professione, hanno caricato i loro van Vito ourer neri, usati in genere per comodi viaggi in località di lusso, con scatole piene di farmaci, prodotti alimentari, vestiti, tutto quello che può servire per sopravvivere sotto le bombe, e sono partiti, venerdì sera, da Massa, direzione Luzhanka, villaggio frontiera tra l’Ungheria e l’Ucraina, dove hanno poi scaricato gli aiuti umanitari e caricato due mamme, con i loro bimbi, e una donna anziana, scappati dalla guerra, perfetti sconosciuti per loro, per portarli in salvo in Italia.
E nessuno li ha pagati per il servizio. Né un’associazione, né familiari o amici dei profughi. Lo hanno fatto gratuitamente, perché volevano, appunto. Perché sentivano che andava fatto. Una goccia, forse, in un mare di solidarietà in cui sta navigando anche la provincia apuana, tra sempre più numerose raccolte di aiuti umanitari e viaggi ai confini.
«Noi facciamo questo di lavoro, trasportiamo persone. Ma in questo caso volevamo solo dare una mano, senza chiedere nulla in cambio. Per solidarietà. Sentivamo che era la cosa giusta da fare», spiega Giovanni Magrini, della Versilia driver, società di noleggio auto con conducente con sede a Castelnuovo Magra. Spezzino di origine, ma apuano di adozione: è partito insieme ad altri due colleghi: Arnaldo Passeggio, della Tuscany Limo rent, con base a Massa, e Silvia Bodaferri, della Nolomar, di La Spezia. Tutti arruolati per tre giorni come volontari, autisti della salvezza.
Sono partiti con due van venerdì sera alle 10 in punto. A mezzogiorno di ieri erano già arrivati a Luzhanka, paese di 423 abitanti al confine tra i due Paesi, dove è stato allestito un centro di smistamento di aiuti umanitari. Avevano i furgoni stracolmi di vestiti per adulti e per bambini, cibo a lunga conservazione, garze, paracetamolo, aspirine e farmaci di ogni tipo. E non sono nemmeno tornati a mani vuote.
«Prima di partire avevamo preso contatto con un’associazione del posto e gli avevamo proposto di venire a prendere delle famiglie che volessero venire in Italia – spiega a Il Tirreno Giovanni Magrini durante il viaggio di ritorno -. Non conoscevamo nessuno di loro, li abbiamo conosciuti adesso».
Hanno caricato due famiglie, per un totale di sette persone: una mamma con due bimbe di sei e 12 anni dirette a Brescia, e un’altra mamma con le figlie di dieci e 14, e la nonna, dirette invece a Firenze. Nemmeno loro, forse, si aspettavano di trovare tanta solidarietà.
Hanno dovuto lasciare i loro uomini in Ucraina e partire sole, con uno zaino a testa e poco altro. Dall’invasione russa, il governo ucraino ha infatti introdotto una legge che vieta agli uomini dai 18 ai 60 di lasciare il Paese. Devono dare una mano come possono. C’è chi si arruola, chi aiuta nella vita quotidiana le donne, i bambini e gli anziani rimasti. Poi ci sono i medici, i diplomatici, gli amministratori locali. C’è chi infine parte dall’Italia, come dal resto dell’Europa, per arruolarsi nelle milizie.
Nel primo pomeriggio di ieri, i due furgoni sono subito ripartiti, ma questa volta carichi di persone. Nei sedili posteriori, i bimbi guardavano fuori dal finestrino il paesaggio che cambiava. Come i rumori. Nessun allarme antiaereo, nessuna esplosione a farli tremare. Solo le ruote che sull’asfalto volano via dall’incubo.
Per gli autisti, altre 12 ore di viaggio no stop, dal confine con la guerra alla salvezza. «Il loro sorriso sarà la ricompensa migliore».
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