Gioco
Marina di Carrara, così il grande re Carnevale finì nel ’55 per il diktat dell’amministrazione
Una straordinaria epopea di carri e di operosità, di fantasia e di folla. Tutto annullato quando il sindaco impose: «Solo maschere a piedi»
Marina di Carrara. Il Carnevale, a Marina di Carrara, ha vissuto anni straordinari, nell’anteguerra e fino al 1955.
Come abbiamo scritto nella prima puntata di questa ricostruzione storica, nel ‘48 tornarono i corsi mascherati, sul percorso: Chiesa, viale XX settembre, girata in via del Commercio (ex capolinea tram e poi filobus), strada davanti alla scuola Giromini, e ritorno davanti alla Chiesa.
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Si iniziava a costruire i carri circa due mesi prima di Natale rubando le ore al riposo. I progettisti: Bum, Felice Vatteroni, Galligani, Umbertino, Tonetti… iniziavano con disegni e idee che affidavano ai rispettivi Capimaschera (una specie di capo officina). Finalmente la prima domenica di carnevale, trainati da maestosi, pazienti e bianchi buoi, uscivano i carri che convergevano in “Piazza”: gremita di gente proveniente da tutti i luoghi vicini e non, a Marina; mascherati e no.
Abbiamo detto che i più belli, secondo i miei ricordi di bimbo, erano “La scoperta dell’America” e “Porca Miseria” del ‘54. Il primo era a forma di caravella con due marinai a prua in vista della terra. Da buon marittimo, uno dei due, aveva sull’occhio una benda: classica cecità riportata in tutti i racconti e fumetti di pirati, dovuta all’osservazione diretta del sole per i calcoli del punto nave. Il secondo era un sontuoso carro in cui si ostracizzava la povertà. Le figure di bordo erano atteggiate in modo sfarzoso. In un clima rumorosamente festoso procedevano i carri intervallati, in processione, dalle maschere a piedi. L’atmosfera era calda e sanguigna; la strabocchevole folla salutava con rumorose esclamazioni di gioia e lancio di coriandoli; le finestre dei piani sulle case, che davano sulla piazza, erano stipate di persone.
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Ma le cose belle e divertenti purtroppo finiscono, soprattutto perché i carrarini emanarono il diktat: “Niente più corsi mascherati a partire dall’anno venturo (il 1955) solo maschere a piedi: Sindaco Gastone Dazzi”. La spiegazione che abbiamo sempre sentito era che il Comune di Viareggio avesse fatto alla nostra amministrazione “Una proposta che non si può rifiutare…”. Il nostro Carnevale, in termini di visibilità e pubblico, interferiva col loro. E cosi con la solita lungimiranza che hanno mostrato, da allora in poi, le nostre amministrazioni che si sono succedute, hanno distrutto fra le altre cose, dopo il Carnevale, una meravigliosa vaporiera per il film “La strada dei giganti”, nel ’64 è stata la volta dell’intera Ferrovia Marmifera, poi negli anni ’70 il pulito e silenzioso filobus ha ceduto il posto a dei carcassoni, inquinanti autobus…
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Un’ultima cosa: nel ‘55 anno dell’uccisione dei carri (chi scrive era presente), uscirono le maschere a piedi in una serata di febbraio fredda e spettrale; l’Ardenza aveva preparato una bara: un deferente omaggio per la morte del carnevale. In una piazza allucinante e sinistra, immersa in una tagliente luce serale, fecero un mezzo giro le maschere a piedi ma, presi dallo sconforto abbandonarono quasi subito la piazza. Tutti quanti ci dirigemmo a casa con la morte nel cuore.
Viareggio, da allora, ha creato un’industria; noi con l’Accademia di Belle Arti avremmo potuto produrre un’Arte da affiancare a scultura e disegno, con magari dei posti di lavoro. E invece...
Un sentito grazie al signor Renzo Lattanzi: preziosa la sua consulenza desunta dall’esperienza diretta di costruttore di carri; un sentito grazie anche alla signora Lea Fallani per le sue ottime indicazioni.
Paolo Cucurnia
(2. fine)
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