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L'infermiera simbolo della pandemia: «Siamo manovalanza a basso costo e calpestabile»

David De Filippi
L'infermiera simbolo della pandemia: «Siamo manovalanza a basso costo e calpestabile»

Il duro sfogo di Martina Benedetti, la giovane simbolo dell’impegno della categoria durante la pandemia

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MASSA. L’infermiera simbolo della lotta alla pandemia, Martina Benedetti, è tornata sul web con un post dove si sfoga, sottolineando, secondo il suo punto di vista, come la professione di infermiere non sia adeguatamente riconosciuta.

Ed esprime anche preoccupazione di fronte al prossimo e probabile allentamento delle restrizioni legate al covid. «Come infermieri non ci siamo mai risparmiati – ha commentato – Forse è stato questo a essere un errore, perché col tempo si è generato un irrispettoso assioma di base che compara l’essere infermiere a una manovalanza a basso costo, interscambiabile e calpestabile. E tutto con il tacito consenso/assenso da parte nostra».

Indennità notturne a importi irrisori, mancanza di altri tipi di indennità, richieste di svolgere mansioni non inerenti al proprio ruolo e poca tutela da parte delle proprie federazioni di categoria, sono alla base del sentire poco valorizzata la propria professione.

«Dopotutto, quale altro professionista accetterebbe qualche misero euro di Indennità notturna con tutti i disagi che un lavoro notturno comporta? – si chiede Martina Benedetti – Quale altra categoria di professionisti cederebbe senza batter ciglio alcune delle proprie competenze peculiari ad altre categorie di professionisti senza batter ciglio? Quale altro professionista laureato accetterebbe di coprire turni, grazie alla carenza di organico, in un setting di diversa appartenenza?»

Anche le aspettative derivanti da tempi dello studio, diventano quindi altri spunti di riflessione.

«All’università – ha spiegato la professionista – ti illudi che diventerai ciò che ti insegnano a essere. Invece poi, mentre si parla di riforme universitarie, non ci sono riforme sostanziali nel mondo del lavoro, dove non solo ti rendi conto che non ti fanno essere ciò per cui hai studiato in università, ma anche che nessuno sa bene chi sei o quale sia realmente il tuo ruolo. E allora inizi a convivere con la mortificazione quotidiana, dove ti senti un numero».

Non mancano poi le critiche alla sanità: «Ci hanno illuso di contare qualcosa, ma poi non è così. Le responsabilità non sono di pari passo con la remunerazione. Accettare un lavoro mal pagato, con enormi responsabilità, è vero masochistico. Chi è soddisfatto lo stesso, appartiene alla categoria dei missionari. Li ammiro, ma io sono a favore del cambiamento. Penso che ogni persona che investa in un corso universitario abbia delle grandi aspettative sulla professione scelta. Le aspettative degli infermieri però cozzano con il mondo del lavoro che li annienta, svendita dopo svendita. I comportamenti o le imposizioni che reputiamo sbagliate non devono essere tuttavia la normalità, non devono essere accettate passivamente. In tutto questo scorre come un fiume l’indifferenza degli organi deputati a proteggerci che hanno avuto atteggiamenti sempre troppo tiepidi. Le prese di posizione forti che ci sono state ultimamente al momento rimangono parole, come canta Noemi per restare in clima sanremese» .

Martina Benedetti ha poi parlato della fine dell’obbligo dell’uso della mascherina all’aperto.

«Ho visto foto di gente che lancia le mascherine in aria. Sta venendo una narrazione distorta della mascherina, quasi a demonizzarla. Invece è grazie alle mascherine, pur introdotte tardi, che sono state salvate molte vite. Io sono stata sempre favorevole all’uso della mascherina. Non smetterò di indossarla, sebbene sia vaccinata e sana, se una persona si sentisse minacciata dal non vedermi indossarla. Parlo dei soggetti fragili o di chiunque altro mi chiedesse di metterla. Anche se la legge ci porterà verso la liberazione da questo strumento, io continuo a vederlo come un alleato e se stiamo uscendo dalla pandemia è anche grazie all’uso della mascherina».

Si ipotizza la fine dell’emergenza col 31 Marzo. Pensa sia presto? «Da una parte sono contenta che ci siano questi spiragli, ma la storia recente insegna che abbassare troppo la guardia è sbagliato. È vero che la vaccinazione aiuta, ma c’è una grande percentuale di persone che non sono vaccinate e persone con fattori di rischio che non possono vaccinarsi. Non potremo stare tutta la vita chiusi, ma dovremo anche essere parallelamente pronti, se vorremo trattare questa malattia come endemica, a adeguare le attuali strutture sanitarie. Dovremo modificare gli assetti ospedalieri per far fronte all’endemia. Nella pratica non mi pare che stia avvenendo questo adeguamento. Non vorrei quindi che il “liberi tutti” possa risultare non ponderato fino in fondo, col rischio che in autunno ci si ritrovi a fare i conti con una quinta o sesta ondata. Mi auguro di no. Se il covid sarà diventato endemico, bisognerà strutturarsi adeguatamente ed organizzarsi per tempo. Farlo con le stesse risorse di ora sarà problematico».

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