Il Tirreno

Massa vista da Don Luca Franceschini: «Sono i giovani la nostra vera speranza»

Chiara Sillicani
Don Luca Franceschini durante i lavori di ristrutturazione di una chiesa
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Don Luca Franceschini durante i lavori di ristrutturazione di una chiesa

Il sacerdote: movida? Io vedo impegno, serietà e sfide. E sulla pandemia: la fede ci permette di sentirci sempre comunità

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MASSA. C’è nella sua grande carica umana la capacità di accompagnare la fede all’analisi razionale. Quella capacità che rende Don Luca Franceschini un riferimento per chi la fede la pratica, per chi la cerca e per chi non l’ha trovata. Garfagnino, 56 anni, da 30 a Massa, parroco della Madonna del Monte, un riferimento per la comunità, soccorritore della Croce Rossa, nei giorni scorsi è stato scelto dalla Cei per dirigere l’ufficio nazionale dei beni culturali. È in auto quando lo raggiungiamo al telefono: sta andando a Roma per un paio di giorni, proprio per prepararsi al nuovo compito. Con lui parliamo di pandemia, di fede, di cultura e bellezza.

Don Luca, gli ultimi due sono stati anni molto difficili...

«Davvero, siamo stati costretti a ripensare più volte al nostro modo di relazionarci con gli altri e con la comunità. Durante il lockdown non si celebrava messa, abbiamo cercato un modo social per mantenere legami. È stato difficile soprattutto per i nostri anziani, mossi da una fede più legata alla tradizione. I primi mesi di pandemia sono stati difficililissimi, ma pieni di speranza, progressivamente la speranza ha invece lasciato spazio allo smarrimento, ho visto uno scollamento tra le persone, fino all’ostilità degli uni contro gli altri. Perdere lo spirito di comunità significa perdere occasioni di confronto».

E il ruolo della fede in questi momenti...
«Beh, chi ha fede continua a sentire – e questa è la cosa importante – quel senso di comunità di cui dicevo. La fede cristiana ci spinge ad andare verso gli altri, ci suggerisce di non tirarci mai indietro».

Don Luca parroco e direttore dell’ufficio beni culturali. Se la fede ha aiutato a cercare e trovare l’altro, la cultura che ruolo ha avuto in questi due anni?

«Devo ammettere che mi sarei aspettato la cultura aiutasse di più e dico questo perché ho visto persone che reputo colte regredire. Ho visto spesso prevalere l’aspetto primario dell’uomo. Forse i social non ci hanno fatto bene».

Guardiamo a Massa dove lei vive da 30 anni. È una città che fatica, in crisi economica e occupazionale...

«Credo che Massa porti dentro di sé difficoltà che hanno origini storiche ed attengono allo sviluppo della città. Anche quando è stata un Ducato, è rimasta marginale rispetto ai grandi eventi. Questa forma di provincialismo spesso ci fa chiudere, ci priva della speranza, non ci fa sognare in grande. Ma io noto, invece, una volontà di uscire dal provincialismo, vivo in centro e vedo ogni giorno la fatica dei commercianti, il loro impegno. Vedo tantissimi giovani che sono per questa città motivo di speranza».

Ecco, i giovani. Se ne parla tanto, soprattutto in relazione alle notti movimentate in centro.

«Se penso ai giovani, non vedo solo movida. Piuttosto vedo i ragazzi e le ragazze che collaborano con l’ufficio dei beni culturali della diocesi, per progetti o stage, vedo persone in gamba, capaci di sfide di studio davvero impegnative, persone che lavorano con serenità, rispetto, serietà. I giovani che incontro ogni giorno in questa città mi fanno ben sperare. Ho visto giovani parrocchiani, nonostante la pandemia, far esperienze all’estero, tornare arricchiti, con la voglia di raccontare e condividere. Questi ragazzi infondono positività, insegnano un modo bello di stare insieme e di impegnarsi».

L’impegno, i motivi di speranza, ma anche le difficoltà e la povertà. Ha la sensazione che in questi due anni la città si sia impoverita?

«Purtroppo sì, ci sono famiglie che hanno perso il lavoro, anche chi contava su un lavoretto saltuario, quel lavoretto non l’ha più. E chi non può essere definito povero, sicuramente oggi ha meno risorse rispetto a due anni fa. Sono aumentate le persone che chiedono aiuto in parrocchia, abbiamo sostenuto molte famiglie in difficoltà con le bollette e molte di loro sono state accolte da Caritas e Centro ascolto».

L’incarico all’ufficio nazionale dei beni culturali è impegnativo. Rimarrà parroco?

«Sì, rimarrò parroco. Penso che per ciascuno di noi mantenere rapporti con le persone sia fondamentale, ancora di più lo è per un prete che certo non ha fatto una scelta manageriale. Le relazioni sono la base del nostro essere persone, della nostra umanità. Davvero non penso di relazionarmi solo con i dipendenti di un ufficio, rimanere parroco significa preservare un contatto diretto, anche con i problemi reali, veri. L’occasione per quel contatto me l’ha offerta anche il volontariato».

Volontariato? Ci spieghi meglio.

«Da due anni faccio volontariato in Croce Rossa e ora sono abilitato al soccorso avanzato, nelle ambulanze che fanno servizio per il 118. Ho fatto tirocinio per avere l’abilitazione e sono salito in ambulanza. All’inizio temevamo che la presenza di un prete spaventasse, che qualcuno pensasse di star così male da aver bisogno del sacerdote, invece molti pazienti mi hanno confidato di essere confortati dalla mia presenza. È stato bello, dopo 30 anni di ministero sacerdotale, scoprire un contatto diverso con l’altro».

Un’ ultima domanda all’uomo di cultura: qual è un patrimonio della città che i massesi non colgono in tutte le sue potenzialità?

«Beh, non perché ne sono direttore, ma direi il museo diocesano e non solo perchè custodisce opere importanti, ma per le proposte che, nonostante risorse limitate, ha fatto con mostre di arte contemporanea davvero di pregio».
 

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