La manifestazione
«Operatori socio-sanitari orgogliosi anche se c’è chi ci considera da serie C»
Lo sfogo di Davide Tongiani, in servizio al Noa: «Col cuore diamo sostegno e voce a chi ha bisogno di tutto»
Massa. Parole che suonano come il manifesto di chi viene indicato, in maniera spregiativa, come chi per lavoro «pulisce c...»: uno sfogo, quello di Davide Tongiani, di professione operatore socio sanitario al Noa, che molto fa discutere. «Oggi ho sentito di nuovo “fai le pulizie dei c...”», scrive Tongiani sulla propria pagina Facebook: « Non è né la prima né l’ultima volta che lo sento. E sento il bisogno di rivendicare il mio lavoro e di gridare al mondo quanto ne sono orgoglioso. Sì, signore e signori: orgogliosi di tagliare le unghie, lavare teste, vestire, fare la doccia, nutrire e prendersi cura di persone che non possono farlo da sole e hanno bisogno di aiuto. Ma riassumiamolo come “pulizia dei c..”».
Al telefono con il Tirreno Tongiani sottolinea una aspetto che molto gli sta a cuore nel lavoro quotidiano tutti sulla stessa barca dell’ospedale, ancor più in questi due, infiniti, anni della pandemia: «Agli infermieri che entrano adesso è stato insegnato che se il paziente chiede un goccio d’acqua, subito loro devono chiamare l’Oss. Ma, dico io, non perdi i “gradi” se allunghi un bicchiere d’acqua. E se non lo fai significa che non senti il rapporto con i pazienti. Purtroppo ai nuovi infermieri viene insegnato così. E mi vengono in mente le infermiere di una volta che, se era necessario, per il paziente facevano tutto». Tongiani è arrivato alla professione sanitaria nel 2018, dopo aver fatto altro («lavoravo come geometra») ma avendo macinato 26 anni di turni nel volontariato e come autista 118. «In questi giorni», racconta, «il tablet che abbiamo in dotazione per le chiamate dei pazienti con le famiglie si è guastato. Così a un’anziana ho dato il mio numero dove ha ricevuto la chiamata whatsapp dei familiari. Era felicissima. Gli anziani in ospedale con la pandemia sono isolati da tutti e bisogna farli sentire a loro agio nel minimo indispensabile. Questo ci insegnano quando facciamo il corso per diventare operatori socio sanitari: a capire il bisogno che ha il paziente quando ne ha bisogno. Nel momento in cui mi confronto con la persona in ospedale o nella Rsa devo percepire anche il bisogno che la spessa persona mi vuole fare capire senza dirlo».
E anche per lavare i pazienti bisogna armarsi di una bella dose di ascolto e psicologia: «Spesso mi capita che una paziente, al momento di dover essere lavata, mi chieda se non è disponibile una mia collega. Se posso la cerco, altrimenti cerco di allentare la tensione, faccio una battuta, le dico “pensi che sia un figlio, un nipote”. Devi saper rompere il ghiaccio, entrare in confidenza».
Anche perché sono proprio questi contatti stretti, ancor più in tempi di virus, che consentono agli Oss di riferire agli infermieri, e così poi ai medici, quello che i pazienti non dicono: «Se hanno un dolore nel fare un certo movimento mentre li alziamo, li giriamo, li laviamo. Se hanno fastidio, prurito, un qualsiasi disagio».
Gli operatori socio sanitari sono anche il primo tramite con chi è rimasto fuori dall’ospedale, in attesa di notizie di un parente ricoverato: «Quando ti trovi a parlare con chi è rimasto a casa devi sapere trasmettere un po’ di serenità a chi è rimasto a casa. E, insomma, se lo vivi come un lavoro, tanto per prendere lo stipendio, non è il tuo lavoro e lo fai in maniera sbagliata. Se lo vivi per fare stare bene una persona che ha bisogno, allora questo mestiere ti dà tanto. Ma lo devi fare con amore e con il cuore». Il messaggio per chi usa il dispregiativo è chiaro: «Per favore, non usate espressioni di disprezzo riferite al nostro lavoro. Perché forse un giorno quello che facciamo noi qualcuno dovrà farlo per voi e credetemi che gliene sarete grati». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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