Il dolore
Arresti per droga, i legali: «I nostri clienti mai ascoltati»
massa. «Quel maxi sequestro non è riconducibile ai nostri clienti». David Cappetta e Luca Pezzica sono gli avvocati di quattro dei cinque uomini coinvolti nell’inchiesta Divani e Sofà, portata avanti dal nucleo investigativo provinciale dei carabinieri, coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Genova e dalla procura di Massa, su una presunta associazione a delinquere dedita al traffico di stupefacenti, e per cui sono scattate misure cautelari. Difendono Luigi e Filippo Mastrosimone, Fortunato Musano ed Enrico Mannini. Non negano che un giro di stupefacenti ci fosse. «È evidente dalle intercettazioni telefoniche», dicono. Ma danno la loro versione dei fatti. O meglio: quella dei clienti.
«Quel sequestro di 700 chili non è riconducibile a loro. È un sequestro fatto nel 2018 ed è stato fatto ad albanesi. Filippo Mastrosimone aveva fatto un solo trasporto di 50 chili, è stato fermato e ha già scontato la pena. Il resto è stato trovato in un magazzino di Ravenna ed è stato addebitato ad altre persone».
A parte quello, dicono i legali, «non ci sono stati altri sequestri e tutte le indagini si basano sulle intercettazioni telefoniche. Dopo l’arresto del 73enne, i nostri assistiti non hanno più svolto attività di spaccio».
L’uomo, il padre di famiglia, ricostruiscono i legali, «ha sempre fatto il lavoro di artigiano e la ditta era regolare. A seguito dell’arresto, l’azienda è andata in difficoltà ed è stata chiusa. Successivamente padre e figlio sono riusciti a riaprire una nuova ditta, ancora attiva. Una ditta su cui, che noi si sappia, non pendono indagini».
I difensori, già prima delle misure cautelari, avevano chiesto «l’interrogatorio dei nostri assistiti: volevano spiegare e documentare la loro versione. Ad oggi – dicono – l’interrogatorio non c’è stato ancora concesso. Non abbiamo ancora avuto la possibilità di farci sentire».
È evidente, dicono, «che ci sono episodi di spaccio, ma siamo ben lontani da avere un associazione e in ogni caso non vanno oltre il 2019. Le misure cautelari in compenso sono arrivate ora».
I difensori chiedono anche, a nome dei loro clienti, «di consentire alla ditta nuova, dove lavorano cinque persone, di riaprire e lavorare, perché la famiglia vive di quello e uno dei clienti ha quattro figli da mantenere».
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