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Casa di accoglienza: «Chiusi ma non per provvedimento»

Manuela D’Angelo
Casa di accoglienza: «Chiusi ma non per provvedimento»

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massa. «Non c’è un provvedimento di chiusura della casa di accoglienza per minori La Fenice, ma non abbiamo più bambini ospiti e abbiamo dovuto mandare in cassa integrazione i nostri dipendenti». A spiegare il terremoto che ha coinvolto un’altra struttura per minori a Massa, La Fenice, villa immersa nel verde in via Fiume a Marina di Massa, è la direzione della comunità socio educativa, che fu aperta nel 2018 per volontà del dottor Giuseppe Buffa.

Il tribunale dei minori di Genova ha emesso alcuni provvedimenti di allontanamento per i bambini che fino a poco tempo fa erano ospiti della struttura e altri minori sono stati poi trasferiti in case-famiglia fuori regione. «Non abbiamo ancora potuto visionare le relazioni delle assistenti sociali perché sono atti secretati – dice sempre la direzione – e non sappiamo il motivo per cui i bambini siano stati allontanati. Abbiamo chiesto alla Procura di Massa Carrara di essere ricevuti e ascoltati, per poter dire la nostra e dare un contributo alla vicenda». Vicenda che non ha nulla a che vedere con l’inchiesta Serinper, cooperativa sociale i cui titolari sono accusati di corruzione, traffico di influenze illecite e violenze, anche se il nome della casa per bambini La Fenice ricorre spesso nelle intercettazioni telefoniche e negli atti di quell’indagine, per cui si attende la decisione sui rinvii a giudizio di 11 persone, tra dipendenti pubblici, politici, un giudice, un dirigente dell’azienda sanitaria locale. «Abbiamo ricevuto una richiesta di inserimento poche settimana fa- continuano dalla direzione della Fenice – ma per un solo bambino non avremmo retto i costi. Se venissero insieme più richieste, noi saremmo operativi da subito, perché non c’è un provvedimento di chiusura della struttura». Riguardo i rapporti con la Serinper, dalla Fenice fanno sapere che «non è mai stato firmato nessun accordo personale tra le due cooperative; il patto di occuparsi di ambiti diversi e di dividersi i compiti tra sociale e sanitario, riguardava tutte le cooperative iscritte alla Agci (Associazione Generale Cooperative italiane) . Era una sorta di convenzione tra iscritti, una consuetudine, rispettata per poter lavorare meglio».

Manuela D’Angelo

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