La manifestazione
Vivere con la spada di Damocle «Eppure siamo un’eccellenza»
massa. La vita che ti cambia in un battibaleno.
Eduardo Bagnara, 45 anni e due figli, di lavori ne ha fatti tanti. Scultore, falegname, si è misurato anche con l’arte della pasticceria e il cake design, ma quando nel 2001 ha firmato il contratto con Sanac si è convinto di aver messo un punto. Si è convinto perché Sanac era una certezza:«Non era – e non è – un produttore di mattoni refrattari, ma il produttore con la P maiuscola. Sanac rappresenta una eccellenza produttiva».
E se lavori per l’azienda dell’eccellenza non pensi di perdere il posto, né che quel posto sia a rischio. Invece.
Invece le cose cambiamo e tocca ripensarsi anche se chi Sanac la conosce e la vive ogni giorno certo non demorde: «Sono tempi incerti, ma io – e con me i colleghi – continuo a nutrire le speranze». Per il diritto al lavoro, per un territorio che gli effetti devastanti delle crisi industriali li conosce fin troppo bene. E per una questione di identità. Perché il lavoro quella identità la plasma e definisce: «È vero – ammette Eduardo, rsa Uil – che io potrei pensare, mia auguro non serva, di investire sulle mie competenze nella falegnameria o nella pasticceria, ma il lavoro per me è Sanac, io sono un lavoratore Sanac». Entrato a tempo determinato nel 2001 e ora con la spada di Damocle sulla testa.
Vivere con la sensazione dell’incertezza: ce l’ha addosso anche Umberto Giacomelli, rsa Cgil, quella sensazione. Carrarese, 42 anni, una famiglia, è entrato nel 2002 dopo 18 mesi di contratto di formazione, conta su un tempo indeterminato e adesso teme per il futuro. Suo e dei colleghi.
Non ne fa una questione personale, Umberto, piuttosto parla di condivisione, di sorte comune: «Abbiamo tutti le stesse preoccupazioni. La casa, le spese fisse, il mutuo, i figli. Chi pensa all’asilo dei bimbi, chi all’affitto. Guardiamo al prossimo anno e non ci sono sicurezze». Il lavoro c’è ancora Sanac, ma in un territorio che porta i segni delle dismissione, l’esperienza insegna. E fa paura.
Chiara Sillicani
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