Il Tirreno

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Beatrice, Micol e una sfida vinta: mamma e figlia a 2200 metri sulle Dolomiti

Chiara Sillicani
Beatrice Landi con la sua Micol, sotto le Tre Cime al rifugio Segantini sulle Dolomiti
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Beatrice Landi con la sua Micol, sotto le Tre Cime al rifugio Segantini sulle Dolomiti

Montignoso, il racconto della madre: «La disabilità non deve impedire di fare esperienze e conoscenza, la bimba era felicissima»

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MONTIGNOSO. Le fanno male le braccia, le gambe sono affaticate. Ma poco importa: quando affronti la sfida e la vinci, il dolore è lenito, c’è ma è assopito. Lontano.

E Beatrice Landi, con la sua piccola Micol, quattro anni tra pochi giorni, di sfide ne vince ogni giorno, per tener testa alla malattia rara di Micol, per chiedere più assistenza e più servizi. Beatrice è una combattente e la richiesta di maggiori investimenti sulle malattie rare l’ha portata anche di fronte al ministro Speranza. Sfide di ogni giorno. Sfide condivise.

Una vetta da raggiungere e la salita da percorre. E nei giorni scorsi Beatrice e Micol una vetta l’hanno raggiunta per davvero, dopo ore di camminata, sulle Dolomiti: sono arrivate fino a 2.200 metri, al rifugio Segantini. In alto in alto, sotto le Tre cime. Insieme. Micol in braccio alla mamma. Da due anni Beatrice porta la bambina a trascorrere qualche giorno in montagna perché l’aria di alta quota l’aiuta: «La montagna è un ambiente in cui Micol, visti i suoi problemi polmonari, sta meglio. Ogni mattina facciamo un’escursione. E siamo andate fino a baita Segantini. Non è semplice per un bimbo con difficoltà polmonari salire così in alto, Micol è sempre stata con me, ho controllato ogni secondo le sue condizioni di salute, quando è stato necessario l’ho aiutata con l’ossigeno. Ma insieme ce l’abbiamo fatta, non c’è motivo per cui una persona con disabilità debba rinunciare a fare, a conoscere ed esplorare. Certo, è indispensabile rispettare e assecondare i limiti della persona, ma è importante consentire a tutti di fare esperienze». Conoscere, esplorare, vivere e stare bene.

Beatrice e Micol di escursioni ne hanno fatte tante, ma quella mattina, sul pullmino dell’hotel diretto al sentiero, Beatrice si rende conto che il passeggino di Micol non c’è. Non demorde, non torna indietro, non ci ripensa. Sfida nella sfida. La bambina la porta in braccio lei, sempre: «C’era anche mia madre con noi, ogni tanto lungo il sentiero passava un’auto dei forestali e lei mi proponeva di fermarla e chiedere un passaggio. Non ho voluto farlo, ho camminato per chilometri in montagna con la bambina in braccio, fino al rifugio Segantini». Fin dove le Tre Cime ti guardano. Una mamma con la sua bambina e una sfida vinta: «Micol era felicissima, perché dovrei privarla del piacere di fare esperienze? Era tranquilla, contenta, consapevole di quello che aveva intorno».

Chilometri lungo il sentiero e le braccia fanno male, le gambe sono affaticate, ma Beatrice non sente il dolore. Prevale la gioia di una sfida vinta, la forza di un messaggio a chi pensa di non farcela, di tornare indietro. Vince il sogno realizzato. Di una mamma e della sua bambina.

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