Il Tirreno

la lettera dell’anpi a mattarella 

«Al comandante Facio la medaglia alla memoria»

Gianluca Uberti
«Al comandante Facio la medaglia alla memoria»

L’associazione chiede al presidente della Repubblica l’importante riconoscimento La notte del marzo ’44 in nove, quasi spacciati, respinsero cento nazifascisti

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TRESANe. Gli iscritti e le iscritte della dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi) hanno dedicato un intero festival, da poco concluso, al comandante partigiano Dante Castellucci detto Facio, alla sua memoria e alla sua vita eroica a combattere i nazifascisti sull’Appennino tosco emiliano, soprattutto in quella epica battaglia del Lago Santo, dove nove uomini respinsero un battaglione di un centinaio di soldati nazifascisti il 18 marzo 1944. E ora annunciano che chiederanno al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che venga assegnata, non solo a Facio, ma a tutto il gruppo di nove uomini che combatterono quella battaglia, la Medaglia d’oro al valor militare. Un’assegnazione che, tra l’altro, andrebbe a sostituire la Medaglia d’argento al valor militare che era stata assegnata a Facio nel 1963, la cui motivazione non risponde a verità. La ricerca storica, infatti, ha ormai dimostrato, inequivocabilmente, che Facio, caduto ad Adelano di Zeri il 22 luglio 1944, non è stato ucciso dai nazifascisti, come recita la motivazione della Medaglia d’argento, bensì fu vittima di un processo farsa ad opera di alcuni fra i suoi stessi compagni e fucilato ingiustamente.

La sezione Anpi di Tresana chiederà la Medaglia d'oro per tutto il gruppo di 9 uomini che rischiò la vita al Lago Santo, dove domenica scorsa una delegazione si è recata per rendere omaggio «a quelle persone – dice il presidente della sezione, Emanuele Fregosi – che scrissero una bellissima pagina di quella di quella magnifica storia che si chiama Resistenza».

E per fare comprendere l’eroismo di quella battaglia, basta andare sul sito web dell’Anpi di Parma, dove si può leggere la testimonianza del partigiano Pietro Gnecchi, l’ultimo sopravvissuto del gruppo: «I fascisti e i tedeschi hanno cominciato ad aprire il fuoco. Rispondevamo ogni tanto con qualche pallottola, qualcuno lo abbiamo ferito o ucciso. Ci dissero di arrenderci, perché eravamo circondati. Ma Facio ci disse di stare zitti, con i fucili spianati. Ed è incominciata la fine del mondo. Hanno cominciato con le mitraglie, poi con le bombe a mano e sono entrati dalla porta del rifugio. Noi ci siamo ritirati nella cucina. Loro sono saliti al piano di sopra e hanno cominciato a sparare giù. Ci siamo salvati mettendoci sotto gli stipiti della porta della cucina. Lanciavano bombe a mano col manico, ma noi siamo riusciti a prenderne molte che non erano ancora scoppiate e a rilanciargliele contro. Era una tomba, non c’era salvezza. È stato Facio che ci ha aiutato a non ammazzarci, parecchie volte ci siamo puntati le armi per ammazzarci noi, piuttosto che farci ammazzare. Abbiamo preso sempre più coraggio, più eravamo vicini alla morte più ne avevamo – prosegue – . I tedeschi e i fascisti, il pomeriggio del 19, se ne andarono e tornarono il giorno dopo con i rinforzi, ma non ci trovarono. Siamo fuggiti camminando sul lago ghiacciato, poi ci gettammo in un burrone e prendemmo la via del monte Orsaro per rientrare nel pontremolese, a Pracchiola. Qui ci accolse la gente del luogo, che noi salutammo con le armi in pugno».

Gianluca Uberti

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