Cava del Polvaccio adesso l’obiettivo è riapire presto
Quadrelli agli amministratori: «Speriamo che adesso finiscano di parlare i tribunali e si cominci a lavorare»
carrara. Quando sarà possibile tornare a lavorare al Polvaccio? È questa la domanda, ancora senza risposta, all’indomani della sentenza del Tar che chiude a favore dell’azienda titolare della concessione, la Società Escavazione Polvaccio s. r. l della famiglia Barattini, il contenzioso nato con il Comune rispetto al rigetto di una Scia (segnalazione certificata di inizio attività) relativa a una variante non sostanziale al progetto di coltivazione della cava. Rigetto deciso in virtù dell’incertezza sulla titolarità delle aree di demanio idrico all’interno della concessione.
Sul punto l’amministrazione comunale, interpellata, almeno preferisce non commentare. Ma è già in programma nei prossimi giorni un confronto che coinvolgerà la Regione per capire non tanto cosa significa, in termini pratici, la sentenza del Tar, quanto come evitare in futuro che il caos normativo sul fossi e canali in cava blocchi anche altre cave.
A intervenire e a esprimere con forza l’auspicio che si possa trovare una soluzione definitiva è invece la Fillea Cgil con il segretario provinciale Leonardo Quadrelli. Il sindacato, per primo, aveva posto la questione, fin dal novembre dello scorso anno, cominciano una battaglia «su quella che per noi era una ingiustizia. Speriamo che a questo punto finiscano di parlare i tribunali e si cominci a lavorare. Da quanto sappiamo l’azienda sta predisponendo tutto il necessario per riprendere il prima possibile l’attività e i lavoratori sono contenti di questo». Poi Quadrelli entra nel merito della questione. «Dispiace che i nostri appelli alla politica al fine di invitare tutti a ragionare di questioni pratiche e tecniche non siano stati ascoltati. Abbiamo chiesto agli amministratori pubblici di venire a parlare con i lavoratori in cava perché potessero sentire le loro ragioni e ci dispiace che non lo abbiano fatto. Resto dell’idea che una politica che non accetta il confronto con i lavoratori non sia una buona politica». Il sindacato ha ribadito, fin dal principio, la necessità di una valutazione degli effetti della legge regionale 35 del 2015, da cui discende anche l’impasse burocratico che ha portato alla chiusura del Polvaccio: «Parliamo di normative che andavano a cambiare molte cose sulle quali era necessaria una armonizzazione» continua Quadrelli, che ricorda di aver chiesto che si riunisse il distretto e le questioni venissero affrontate da una task force permanete. «Ma niente di tutto questo è stato fatto – conclude – Quando ci sono queste situazioni sarebbe utile che prima di bloccare una attività e far finire i lavoratori a casa si intervenga con norme specifiche nelle more dell’individuazione di una soluzione». Del resto è proprio questo che suggerisce di fare anche il Tar esprimendosi sull’operato del Comune e della Regione. «Come sindacato chiediamo alle istituzioni di dare le cave a aziende sane, serie, che rispettano le norme – conclude Quadrelli – Ma se questo è giusto e doveroso lo è altrettanto evitare che in una situazione di confusione normativa si blocchi una attività: a rimetterci sono i lavoratori». –V.L.
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