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«Non è giusto premiare gli industriali del marmo»

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cARRARA. Filiera corta nel lapideo, Legambiente Carrara chiede al Comune di «mantenere solo le cave che producono vera occupazione». Come? Per l'associazione la ricetta, che snocciolano in un'articolata nota, prevede come ingrediente principale quello di «introdurre nel bando di gara come requisito per partecipare l’impegno a lavorare in loco almeno il 50% del materiale da taglio estratto, premiando gli imprenditori che lavorano percentuali più elevate». Questo perché, osservano, «è dovere dell’amministrazione di utilizzare le risorse del territorio riducendo al minimo la devastazione e incrementando al massimo i vantaggi per la comunità». Spiegano infatti dall'associazione: «In tal modo sarebbe addirittura possibile aumentare l’occupazione pur chiudendo le cave più distruttive (a partire da quelle in cui i detriti rappresentano oltre il 90% del materiale estratto) e quelle che, esportando i blocchi, deprimono l’occupazione locale. L’amministrazione, purtroppo, non solo ha respinto la nostra richiesta, ma, nella gara a evidenza pubblica, non ha fissato alcun obbligo di lavorazione in loco: prevede dunque già, per il futuro, che le cave potranno esportare anche il 100% del materiale da taglio. Una vergogna e un danno per la comunità a cui è urgente porre rimedio», insistono. Altra richiesta da Legambiente Carrara al Municipio, quella di rispedire al mittente l'appello del capogruppo della sezione lapideo della Confindustria apuana, Fabrizio Santucci. Quest'ultimo, riepilogano dall'associazione, ha dichiarato che «la lavorazione in loco è molto inferiore al 50% richiesto, che molte aziende non hanno nemmeno più le tagliablocchi per squadrare gli informi né lo spazio per collocarle e che, comunque, i costi sarebbero troppo alti rispetto alla concorrenza. Si appella pertanto al Comune affinché sostenga la sua richiesta alla regione di “riformare” la 35 del 2015 abbassando la percentuale di lavorazione in loco (considerata inattuabile) e/o di limitarla ai blocchi (escludendo gli informi). Condisce l’appello prospettando, in caso contrario, scenari economici apocalittici: minori entrate comunali dal marmo, inevitabili licenziamenti e così via a cascata». Ma per Legambiente non sarebbe così: «Gli scenari evocati riflettono solo la paura degli attuali imprenditori di perdere la cava (allo scadere della concessione) a vantaggio di offerte di gara più vantaggiose per la comunità, avanzate da altri imprenditori. È del tutto evidente, infatti, che il mantenimento della legge regionale 35 non solo non comporterebbe alcuno scenario catastrofico ma, anzi, apporterebbe vantaggi alla comunità sia in termini economici che occupazionali – dicono –. Con la loro richiesta gli attuali imprenditori, pur fingendosi maldestramente benefattori, hanno gettato la maschera: pretendono di accentuare il già insostenibile carattere predatorio di tipo coloniale dell’escavazione apuana...». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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