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L’ex sindacalista Fiom «Luna park e cinema in zona industriale: è solo speculazione»
Roberto Marcheselli è stato protagonista delle lotte operaie «Già in passato segnalammo l’assenza di discarica per l’area»
MASSA. «Consentire l’insediamento di attività come un Luna Park e un cinema multisala su quella che era nata come un’area esclusivamente industriale obbedisce a una logica di uso speculativo del territorio». Così Roberto Marcheselli ex operaio specializzato dalla Riv-Skf e già segretario provinciale della Fiom Cgil dal 1981 al 1990, entra nel dibattito sui nuovi insediamenti dell’area ex Dalmine.
Marcheselli, oggi 83enne, è stato protagonista attivo delle lotte operaie e sindacali nel nostro territorio, animato dalla convinzione che le esigenze lavorative dovessero essere compatibili con il rispetto dell’ambiente e della salute. Come sindacalista, si impegnò affinché la kedicina del lavoro apuana e l’Università di Pavia realizzassero un’indagine ambientale relativa al tricloroetano derivante dalle lavorazioni della Riv-Skf, società italo-svedese arrivata a Massa nel dopoguerra per la produzione di cuscinetti a sfera, e la cui quota italiana apparteneva al gruppo Fiat. «In quegli anni –ricorda l’ex sindacalista– segnalammo all’allora sindaco Umberto Barbaresi anche l’assenza sul territorio di discariche idonee alla raccolta dei rifiuti speciali provenienti dalla zona industriale apuana. Le uniche esistenti, infatti, erano per inerti, ma spesso finivano per accogliere anche veleni come l’amianto. Lo stabilimento Farmoplant –prosegue l’ex dipendente Riv– sorse nel 1976, su un’area precedentemente occupata dalla Dipa Azoto, sempre appartenente alla Montedison, che produceva fertilizzanti azotati e aveva già provocato seri problemi di inquinamento. Il precedente stabilimento fu smantellato senza attuare alcuna bonifica».
La conferma che invece sarebbe stata necessaria arrivò dal fatto che alcuni operai rimasero intossicati mentre stavano scavando le fondamenta del nuovo impianto. «All’epoca –precisa Marcheselli– il territorio aveva già dovuto fare i conti con l’inquinamento provocato da Rumianca, Italiana Coke, Bario, Resine e dalla stessa Dipa Azoto. Ma di fronte alla promessa di nuovi posti di lavoro, tutto questo venne ritenuto secondario. Ricordo che durante la presentazione della nuova Farmoplant un ingegnere della Montedison di Linate fu sonoramente fischiato dagli operai solo per aver ricordato che la chimica fine non era una cosa da trattare alla leggera. Dopo il tecnico, presi la parola io, auspicando che il nuovo stabilimento non sarebbe stato inquinante come la Dipa Azoto, ma venni a mia volta contestato». La firma di Marcheselli figura anche sull’accordo che portò alla chiusura della Dalmine. Questo stabilimento (circa 187mila quadrati), attivo dal 1943 al 1990, produceva tubi per l’industria petrolifera, occupando quasi 1500 dipendenti. La fabbrica chiuse in seguito alla crisi dell’industria siderurgica e successivamente una parte dell’area fu utilizzata come discarica per inerti dal Comune di Massa. «Con il senno di poi –confessa– non firmerei più quel documento. All’epoca ero convinto di tutelare i dipendenti della Dalmine, che portavano avanti un modello di lavoro molto avanzato, ma la volontà delle forze politiche era unicamente quello di sfruttare la situazione per attirare i fondi delle partecipazioni statali, senza alcuna idea valida di un nuovo modello di sviluppo per il territorio. L’intento speculativo, del resto, è sempre stato tipico della borghesia parassitaria». Secondo Marcheselli l’area ex Damine, oggi interamente privata, sarebbe stata completamente bonificata, anche se alcuni dei cambiamenti introdotti al suo interno sarebbero «alquanto criticabili». «La centrale di trasformazione elettrica –racconta– fu spostata di 20 metri e collocata all’interno del Nuovo Pignone. Il centro direzionale Olidor venne costruito sotto i fili dell’alta tensione, quando in precedenza Enel e Consorzio Zia avevano impedito alla Dalmine uno dei suoi ultimi investimenti, negandole la possibilità di erigere una struttura che avrebbe dovuto contenere una pressa industriale a caldo, perché la ritenevano troppo alta. In seguito fu permessa la costruzione di un capannone più basso, che non era in grado di ospitare il macchinario». Alle nuove società insediatesi nell’area, poi, non sarebbero stati forniti il supporto e gli incentivi necessari, obbligandole a lasciare il territorio. «Dentro Olidor –conclude Marcheselli– c’erano due aziende molto valide, ma poi, per via dei costi troppo elevati, si sono dovute trasferire a Parma e a Viareggio». —
David Chiappuella
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