Il dolore
Lavoro, le ore sono al nero e spesso non c’è il contratto
I sindacati replicano a ristoratori e titolari di bar: manca ogni forma di tutela. Sul reddito di cittadinanza: «I giovani non rifiutano un posto, ma lo schiavismo»
MASSA. C’è un’altra versione dei fatti nelle “storie” narrate da chi oggi non trova nessuno disposto a lavorare per il suo bar o ristorante. La versione dei lavoratori. A raccontarla sono la Cgil e la Cisl, che anche questa estate, come da decenni, sostengono di aver già ricevuto decine di denunce riguardanti “offerte di lavoro improponibili”. La fotografia scattata dai datori di lavoro, o padroni, come li definiscono Paolo Gozzani, segretario confederale della Cgil e Andrea Figaia segretario della Cisl Toscana nord, non è così nitida come si possa pensare.
«Il dato, o la scusa, del reddito di cittadinanza preferito al lavoro stagionale – inizia Figaia – è inesistente. Noi al sindacato non abbiamo mai avuto questa percezione. Riceviamo, invece, anche ad inizio stagione, lavoratori che ci chiedono se siano consone alcune richieste fatte dai padroni di bar, ristoranti e stabilimenti balneari. E quello che sentiamo è raccapricciante». Ma torniamo per un momento al reddito di cittadinanza: molti datori di lavoro, non soltanto a Massa Carrara, sostengono che non si trovi più forza lavoro, perché a parità di guadagno, o poco meno, i giovani preferirebbero stare a casa, senza far nulla, senza “spaccarsi la schiena” durante la stagione.
«Questo non è il caso della nostra forza lavoro stagionale – ribatte Figaia – Qui sono tutti molto giovani, dai 16 ai 28 anni, massimo 32, e i dati rilevati dal nostro Caf dimostrano che non hanno quasi mai diritto al reddito di cittadinanza, perché quello si ottiene in base all’Isee e loro sono tutti legati al reddito della famiglia. Insomma, magari uno di questi lavoratori ha il padre con il reddito di cittadinanza, ma di sicuro non è lui che rifiuta un lavoro perché ha ottenuto questo sussidio». Il problema allora sta altrove: «Sta nella qualità dei rapporti di lavoro – dice Paolo Gozzani della Cgil – che con la pandemia è peggiorata. Il settore è stato tra i più penalizzati dal Covid e l’impressione è che questa estate cerchino di rifarsi, risparmiando ancora di più sul costo del lavoro. Il lavoro nero c’è sempre stato – continua Gozzani – È figlio della miseria, ma ora non c’è più soltanto il nero, con cui magari si pagava qualche ora in più, fatta fuori contratto. Adesso i contratti mancano, le ore di lavoro sono quasi tutte richieste al nero, non vengono previsti giorni di riposo, non ci sono assicurazioni e tutele. Oggi il contratto migliore di cui abbiamo sentito parlare prevede 4 ore regolarizzate a fronte di 12 ore di lavoro, sette giorni su sette. Il reddito di cittadinanza non c’entra nulla. Il lavoro lo rifiutano perché è schiavismo».
Il rappresentante di categoria per la Cisl Simone Pialli entra nello specifico: «Qualche anno fa, a fine stagione, la maggior parte dei lavoratori denunciava che le ore di straordinario gli fossero state pagate al nero, o nella peggiore delle ipotesi che non gli fossero state pagate; oggi la situazione è invertita: il 70 percento viene offerto al nero e il 30 regolarizzato. Il lavoratore, in quattro mesi di stagione, ci rimette perché spesso gli viene proposto un contratto a 20 ore (ma lui ne lavora più del doppio) su cui viene calcolata la tredicesima e la quattordicesima. Alla fine non gli rimane quasi nulla».
«È vero che il reddito di cittadinanza da sempre contiene una grande lacuna – conclude Figaia – il non essere realmente collegato alle politiche del lavoro. Ma non ci si può nascondere dietro a questo. Il lavoro nero è la vera cassa integrazione del nostro territorio. Ma il nero lo si fa perché i padroni non ti mettono più in forza». —© RIPRODUZIONE RISERVATA
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