Gioco
Forno e i suoi 68 papaveri per ricordare le vittime della furia nazifascista
Le giovani donne del paese hanno allestito un percorso multimediale sulla strage La storia della madre che perse i figli e della bambina che cercava lo zio
Ivan Zambelli
MASSA. Morì presto l’estate in quel fatidico 1944, quando a Forno almeno 68 persone vennero strappate alla vita dalla rappresaglia nazifascista. Era il 13 giugno, una giornata solitamente di festa per la ricorrenza del patrono, ma che da allora di festa non fu più, rimanendo indelebilmente macchiata da quei ricordi che tutt’oggi restano impressi nella memoria collettiva e sui muri delle case. Ogni anno quel giorno che di festa non è più si trasforma in commemorazione; una, dieci, cinquanta, settantasette volte. Ma per quest’anno gli abitanti di Forno, o meglio, le giovani abitanti, hanno organizzato qualcosa di più importante, così da restituire anche a chi non è cresciuto o abita nei paraggi tutta la carica emotiva che il 13 giugno ha per un fornese. Ma l’iniziativa rappresenta anche una lotta contro lo scorrere del tempo che strappa sempre più testimoni e partecipanti a commemorazioni spesso formali e che non riescono a coinvolgere i giovani, distanti non solo per motivi generazionali. Insomma, un’iniziativa per imprimere la memoria, popolare e di paese. Memoria che non significa la storia “alta”, fatta di premesse, conseguenze e personaggi principali, quanto piuttosto l’intimo ricordo. Il ricordo di chi quel 13 giugno nel silenzio ha sentito la voce del cugino che chiamava la madre o di quella mamma che riconobbe i figli solo dalla biancheria intima o della bambina che vide lo zio, steso a terra, e capì che era lui dagli stivali.
Così, per ricordare, un gruppo di giovani donne ha allestito un percorso multimediale lungo la via principale di Forno, con musica, video, fotografie, scritte, quadri e fiori. Un’iniziativa non solo per far conoscere il dramma, ma anche per restituire dignità a quelle persone la cui vita venne strappata nel giugno del ’44; a chi venne rastrellato e deportato, a chi, pur salvandosi, rimase indelebilmente segnato. Il percorso si staglia in via Arnaldo Pegollo e comincia con la musica di Ugo Tonarelli Domenichini, musicista ucciso poco più che ventenne e 68 papaveri, a ricordo delle vittime. In sei postazioni vengono riprodotti i filmati di dieci testimoni, tra cui Lina Vivoli, tra le prime a riconoscere i caduti e la cui voce oggi viene riprodotta nella palazzina in cui abitò. Un percorso ad alto impatto emotivo, contrassegnato dai volti – quando disponibili – dei caduti, i cui sguardi oscillanti tra la fierezza e l’allegria tipica della gioventù accompagnano i passanti. Ci sono poi le foto personali rinvenute addosso a Lorenzo Alberti e che portano i fori delle pallottole, c’è una porta marcata dalla “X” che facevano i nazisti sulle case dei sospetti, ci sono le foto struggenti delle prime commemorazioni; ci sono i disegni di Beppe Domenici e la riproduzione del quadro di Franco Tonarelli. A più riprese si ripresentano i video di altri testimoni, come Franco Del Sarto, Riccardo Bertelloni, Angelo Tongiani e Vittorio Tonarelli, il prete del paese. Il percorso significativamente si conclude davanti alla chiesa per ricordare di quella festa che festa non fu. —
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