Il Tirreno

falda e monitoraggi 

Aree inquinate, la mappa

D.C.

Gli interventi già eseguiti e quelli ancora da fare

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massa carrara. Dopo oltre 30 anni dalla chiusura del polo chimico, il Sin apuano, istituito con la legge 426 del 1998, è ancora pieno di sostanze cancerogene. Per l’area dell’ex Montedison/Farmoplant, chiusa nel 1988 a seguito dell’esplosione del serbatoio Rogor, è completata una prima bonifica, effettuata dalla società Cersam (ex Farmoplant) e certificata dalla giunta regionale nel settembre 1995. In almeno 11 lotti dell’ex Farmoplant furono però in seguito rinvenuti altri rifiuti, rendendo necessari ulteriori procedimenti di bonifica, nonostante si trattasse di terreni già venduti per il riutilizzo. Nel 2018-2019 la Sogesid Spa, società del ministero dell’Ambiente, ha riscontrato nelle acque sotterranee sottostanti l’ex stabilimento e a valle di esso «una diffusa presenza di composti organo clorurati», in alcuni casi «oltre mille volte superiori ai limiti di legge». Il 3 novembre il Tar di Firenze ha emesso una sentenza storica, riconoscendo Edison Spa (ex Montedison) “(cor)responsabile” dell’inquinamento provocato dalla Farmoplant e condannandola a presentare entro sei mesi un progetto di bonifica. La società, però, si è appellata al Consiglio di Stato. Rilevante anche l’incidente nel 1984 all’ex Rumianca, poi Enichem, oggi in capo a Syndial (Eni), determinando la chiusura della fabbrica. Ad occuparsi delle bonifiche è Eni Rewind, che, oltre ai 41,5 milioni di euro spesi a giugno, stima di sostenere ulteriori costi, per un totale di oltre 110 milioni. Attualmente è in funzione un sistema di emungimento e trattamento delle acque. A breve è previsto l’avvio delle attività di scavo per rimuovere i terreni contaminati. L’unico stabilimento chimico rimasto nella zona industriale apuana è quello dell’ex Bario, oggi Solvay Chimica Italia Spa, in cui viene purificato il bario per produrre derivati inorganici. Ai confini dello stabilimento c’è un’area di stoccaggio di materiali da lavorazione, formatasi negli anni. Il progetto di bonifica è stato approvato nel 2012 e Solvay lo ha concluso nel 2016, attraverso una copertura del cumulo, costata 4 milioni. Dal monitoraggio della falda, però, è emersa la presenza di tricloroetano e tetracloroetilene. La Solvay sostiene che tali composti non sono, e non lo sono mai stati, utilizzati nel proprio sito. Le problematiche più serie, a suo avviso, sarebbero più a nord. Anche la Regione ha registrato superamenti dei limiti per metalli, solfati e composti alifatici clorurati. Sono in corso procedimenti amministrativi per individuare del soggetto responsabile. —D.C.

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