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Giovanni, un fegato nuovo per vivere «Ero l’ombra di me stesso, sono rinato»

Alessandra Vivoli
Giovanni, un fegato nuovo per vivere «Ero l’ombra di me stesso, sono rinato»

Il muratore e pittore di 54 anni ha subito sette ore di intervento all’ospedale di Cisanello. «Ringrazio per questo dono»

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Alessandra Vivoli

MASSA. Il 17 marzo Giovanni Sparavelli è nato per la seconda volta.

Il travaglio è durato sette ore e non è avvenuto in una sala parto ma nel reparto dell’ospedale di Cisanello dove gli è stato trapiantato il fegato. Giovanni è rinato, dopo 54 anni vissuti in buona parte (finché la salute glielo ha permesso) sulle impalcature, e in casa della gente, a tinteggiare. “Muratore semplice e imbianchino” così lui stesso ama definirsi: «Ero uno che dopo una giornata di lavoro prendevo la macchina tagliaerba e facevo 1.200 metri di campo, senza sentire stanchezza». Giovanni ha avuto la sua seconda occasione.

Un fegato nuovo per poter tornare a vivere, per non tremare più dal freddo in piena estate, per non svegliarsi la notte e, di giorno.

C’è un prima e un dopo nella vita di Giovanni. Il prima è quello di un uomo dedito al lavoro, con la passione per le lunghe camminate, la bicicletta e il verde, quello dei prati sotto casa sua, il villaggio popolare dove ha sempre vissuto insieme alla sorella Grazia che lo ha accompagnato in tutto il suo percorso. Il dopo è quello delle visite, della attesa, della delusione e della paura. Il punto di rottura è la malattia, la brutta epatite C che gli provoca danni irreversibili al fegato. Giovanni se ne accorge quando ormai è troppo tardi. Quando la strada è già tracciata.

«Nel 2010 sono svenuto per strada e sono finito al pronto soccorso – racconta Giovanni – in ospedale hanno scoperto che ero diabetico e che il mio fegato era stato danneggiato da una epatite C che non so neppure io come ho contratto. Avevo la cirrosi, io che non ho mai bevuto un bicchiere di vino».

Il calvario per il trapianto comincia tre anni fa, nel 2018. Le condizioni di salute sono peggiorate. «Sono arrivato a non uscire quasi più di casa – ricorda– tutto era diventato una fatica. Guardavo la mia bicicletta senza avere la forza di salirci sopra. Fuori c’era il sole, io tremavo per il freddo: tante volte ho pensato, così non riuscirò ad andare avanti per tanto». La speranza di tornare a vivere per Giovanni arriva pochi mesi fa. Insieme al via libera al trapianto il 14 gennaio scorso. Il percorso non è tutto in discesa: quella di a gennaio la prima chiamata, la corsa a Cisanello, ma non succede nulla. Non è l’organo compatibile. Il 17 marzo la seconda chiamata. La corsa precipitosa all’ospedale, l’attesa. Questa volta è quella buona. Alle quattro di notte Giovanni entra in sala operatoria dove viene effettuato il delicatissimo intervento. Ne esce dopo sette ore. Ne esce un uomo nuovo. «A Pisa dicono che ho avuto un recupero da record – dice oggi Giovanni, intervistato a casa sua, nel villaggio San Leonardo a Massa – Sarà che avevo così tanta voglia si stare bene. Io che mi mettevo in spalla sacchi di cemento e neppure li sentivo pesare ero diventato l’ombra di me stesso. Adesso mi sento bene, ho ricominciato a uscire, a camminare e a dipingere». La pittura è, infatti la grande passione di Giovanni: ha continuato a farlo, con fatica, anche prima dell’operazione. Adesso ha tanti quadri che aspettano solo di essere iniziati. «Vivo un momento di grazia – conclude –Ringrazio la persona che, donando il suo fegato, mi ha permesso di rinascere e tutti i medici e gli infermieri dell’ospedale pisano. Ho una grossa responsabilità: devo stare attento alla mia vita, per me e per chi ha avuto un atto di così grande generosità nei miei confronti».—

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