Il Tirreno

I commercianti di abbigliamento: «Delusi, andiamo avanti sui social»

Daniela Marzano
I commercianti di abbigliamento: «Delusi, andiamo avanti sui social»

Alcuni negozianti si stanno organizzando anche su WhatsApp, poi consegne a domicilio

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Massa. Riparte la chiusura dei negozi di abbigliamento e calzature uomo-donna in concomitanza con l’entrata in zona rossa della Toscana. Vengono, come le altre volte risparmiati, i negozi di intimo, abbigliamento e calzature bimbo (oltre ad altri settori merceologici). L’umore dei titolari è pessimo, considerando che il periodo, con l’acquisto della nuova linea primavera estate, è uno di quelli in cui si cominciano a registrare i primi movimenti, anche in vista delle cerimonie (soprattutto comunioni). Matteo Fialdini, di Matteo Moda e Carlo e Raffaella, titolari oltre che dello storico negozio in Via Carducci anche di un banco al mercato, hanno una linea specifica di abbigliamento elegante e per cerimonia: «Siamo molto delusi da tutto il sistema, non ne va dritta una – afferma Matteo – sia il piano delle vaccinazioni che va a rilento e che non riconosce i negozianti come una categoria a rischio, poi il Decreto Ristori che ci aveva promesso un contributo pari al calo di fatturato ma che, se non si contano le briciole arrivate a novembre, stenta ad arrivare. Poi la cosa più grave è la serrata che colpisce il nostro settore (e solo il target degli adulti), discriminandolo rispetto ad altre tipologie di negozi che rimangono aperti pur garantendo i medesimi standard di sicurezza dei nostri. Il mercato cittadino è fermo, sono consentiti solo banchi alimentari e mi spiace vedere i colleghi a cui hanno vietato di vendere intimo o articoli da bimbo quando i medesimi articoli sono tranquillamente in vendita nei negozi. Per quanto riguarda la mia attività, risentiremo soprattutto del blocco per gli abiti da cerimonia, essendo già iniziati i primi flussi perché molti si volevano anticipare per avere più scelta. Ormai finiti i saldi, c’è stato il rinnovo del magazzino e l’unica salvezza, durante il blocco, viene dai social come Instagram e Facebook con i quali manteniamo i rapporti con i clienti».

Elisa Fellini è la titolare del negozio “La Dolce Vita” nella piazzetta di Via San Leonardo e anche nel suo caso le vendite online sono quelle che hanno permesso alla sua attività di attutire il colpo della crisi: «Siamo molto attivi su Instagram e Facebook, dove diamo anche i riferimenti di Whatsapp. Le clienti ci contattano per consulenze sulle taglie, suggerimenti sugli acquisti e consegniamo a domicilio. Non è stata fatta nessuna promozione perché sono appena finiti i saldi e ormai i magazzini sono già pieni della collezione primavera-estate. Spero che in un paio di settimane si possa riprendere la normalità, ma non è la fascia rossa che mi spaventa: anche quando sei in arancione non sai mai quanto durerà e mentre sei aperta, vedi nella clientela sia l’atteggiamento di chi è titubante ad investire in un abito firmato perché si rende conto di non avere occasioni di usarlo (poche sono le cerimonie e gli aperitivi consentiti), sia chi invece è molto motivato sperando in una estate più libera come quella passata. Comunque noi abbiamo affiancato alla nostra linea firmata, anche una “giornaliera”, variando l’offerta per andare incontro a tutta la clientela».

Esasperata dalla situazione è Mimma Evangelisti, titolare della boutique Eva in via Dante che vende linea di abbigliamento medio-alto e articoli sportivi. Con 40 anni di esperienza nel settore non crede che si uscirà a breve dal tunnel: «Ce l’hanno detto ieri della chiusura, non eravamo preparati, comunque non intendiamo avviare promozioni ora o anticipare i saldi in estate. La penalizzazione della nostra categoria è molto forte, le fatture e le utenze vanno pagate. Con questo blocco ci siamo organizzati in presenza 2 h il mattino e 2 il pomeriggio per le prenotazioni e poi consegneremo in delivery o a domicilio la merce, usando il telefono e non i social. Ormai ci siamo resi conto che manca una regolamentazione seria sulle chiusure e servirebbero più controlli per rendere più equa questa discriminazione nei nostri confronti. Ad esempio ci sono negozi “di intimo” che vendono un vasto assortimento di abbigliamento che espongono anche tranquillamente in vetrina. Allo stesso modo per poter restare aperto un negozio come il mio dovrei prendermi uno stendino di sole mutande?».

Daniela Marzano

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