Il Tirreno

Giacomo e il malato che cerca la sua mano

Chiara Sillicani

Le parole di un paziente ricoverato: l’anziano mio vicino cercava il contatto, ma non possiamo toccarci. È uno strazio

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Chiara Sillicani

MASSA. Ci sono momenti in cui cerchi solo una mano. In cui non importano i nomi, le storie, il lavoro, la vita. Le scelte e gli errori. Non importa di chi sia quella mano: è la ricerca dell’umanità, è la conferma che, anche nel dolore più forte, anche di fronte alla morte, non sei solo. Così lui, arrivato dall’intensiva, con la sofferenza nella pelle e la fatica a respirare, lascia cadere il braccio dal bordo del letto e tende la mano. Cerca quella del paziente accanto. Ha bisogno di sapere che esiste qualcosa di più del fragile “io”. E Giacomo, 48 anni, che nel letto accanto ci vive da giorni, la mano vorrebbe tanto allungargliela. Ma non si può: il Covid ci ha tolto la libertà di tenderla quella mano, ci ha imposto una nuova comunicazione. Allora Giacomo chiama qualcuno per aiutare l’anziano disperato, per rilassarlo, rassicurarlo.

Lì, nel reparto Covid, Giacomo vede passare la speranza e la morte e sceglie di raccontare: prende il cellulare e scrive un messaggio all’amico Massimo Michelucci, storico, persona nota in città. Massimo pensa che quel messaggio meriti condivisione: scrive all’amico, gli chiede l’autorizzazione poi posta le sue parole su Facebook. Giacomo a quelle parole, quando ieri sera lo contattiamo telefonicamente, non ne aggiunge altre: è a casa, ma ancora ha bisogno di ossigeno. È debole, provato, fatica: «Tutto quello che posso dire è nella parole che ho scritto a Massimo, non sono uno scrittore, ma ho avuto necessità di esprimermi».

Giacomo quelle parole ce le “regala”, regala il quadro che ha tracciato, fotografia del dolore, della ricerca disperata dell’altro nella sofferenza: «In questa sorta di trincea dove mi trovo – inizia il messaggio – tra terapia intensiva e noi che per fortuna resistiamo perché meno gravi di altri, cercando di essere anche di conforto per il vicino meno fortunato, passa un mondo a dir poco infernale». Un mondo di «urla di dolore e diavoli di speranza, gemiti di chi ancora non può parlare perché pieno di cannelle e tubicini che gli entrano ed escono da qualsiasi anfratto del viso, persone che perdono il senno giorno dopo giorno e si strappano tutto da dosso perché non ne possono più, poi, silenzi di chi non ce la fa ad emettere suoni». Il silenzio e chi «dopo giorni con te, passa dall’altra parte e ti saluta con quel gesto della mano che vuol dire “è andata” e tu che puoi solo rispondere “forza!”. La sofferenza quella vera si respira nell’aria come l’odore di chissà... Poche persone che vanno, immagini che possano ritornare e anche chi ritorna soffre talmente tanto che ti chiedi “cosa sarà giusto?”».

Il corpo straziato, i segni nella mente: «C’è chi per fortuna ne esce “sano” (quelli un po’ più giovani, più forti o fortunati) anche se psicologicamente – scrive Giacomo – non penso sia facile dimenticare. Sarà per la mia sensibilità, ma penso ci voglia tempo per uscirne. In tutto questo, da parte di medici, infermieri, Oss e chiunque abbia una mansione in reparto, appare grande dedizione e professionalità e ti fa sentir sicuro, dicono di essere in pochi per gestire tutto questo, ma non si risparmiano per niente. Sembra quasi un bollettino di guerra, forse lo è». Poi ecco, il pensiero va a lui, al «signore arrivato stanotte dalla intensiva e molto sofferente, mi cerca sempre, vuole gli tenga la mano ma non si può, allora chiamo qualcuno che riesca a rilassarlo; le notti sono quasi tutte in bianco o si dorme un po’ a sprazzi. Ci vuole un cuore coriaceo». —© RIPRODUZIONE RISERVATA

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