Il Tirreno

Cave, fossi e canali secondo uno studio sono già comunali

Luca Barbieri
Cave, fossi e canali secondo uno studio sono già comunali

Mentre prosegue l’empasse con la Regione, una relazione ricostruisce tutti i passaggi: dal 1746 a oggi

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Carrara. Fossi e canali alle cave, c’è anche una relazione secondo la quale le «fosse carraresi» appartengono già «ai beni patrimoniali comunali». Mentre nei primi giorni della prossima settimana gli uffici regionali che si stanno occupando dell'ultima questione che tiene banco sul fronte lapideo – il caso della cava Polvaccio del gruppo Barattini – avranno una riunione con l'agenzia del Demanio (al vaglio la strada, più lunga, della sdemanializzazione, da integrare con una soluzione transitoria), ecco la versione della relazione. Una cinquantina di pagine, che il Tirreno ha visionato, con tanto di documenti e carte, per dire – in estrema sintesi –, che la storia giuridica sul tema si è già espressa. Uno studio “per ricostruire la natura della proprietà e/o della disponibilità della rete di fosse e canali esistenti all'interno del comprensorio marmifero carrarese, rappresentando questa una pertinenza della cava; ossia un'area adibita a servizio delle varie cave frontiste e dove ognuna aveva di scarico detriti e il diritto di transito materiale e persone rimanendo la stessa sempre del Comune di Carrara”.

Una ricostruzione che parte fin dalla “notificazione governatoriale” del 1846 che regolamentava l'attività estrattiva, ma anche con la cartografia catastale estense (del 1822). Dopo oltre un secolo, il consiglio comunale – siamo nel 1952 – affida a una commissione di esperti uno studio per regolamentare la concessione degli agri marmiferi. Un secolo di differenza, ma – secondo la relazione – la sostanza non cambia: «L'appartenenza delle fosse carraresi ai beni patrimoniali comunali trova già una prima conferma nell'editto del Governatore (quello del 1846, ndc)», ma anche nella commissione del 1952 dalla quale, si sostiene, appare «evidente» che le fosse in questione «non possono essere ascritte ai beni demaniali pubblici» perché «non sostengono una funzione pubblica». L'excursus storico-giuridico non si ferma e trova, dice, «diretta conferma» alle sue tesi nel regolamento degli agri marmiferi del 1995 e in quello del 2005. E cita dunque l'articolo 6 del primo: «La zona naturale compluvio denominata “fossa” può essere usata dalle cave frontiste come discarica di detriti di marmo e come zona di transito nei limiti e con le modalità previste dalla concessione e dai piani di coltivazione approvati. La sua manutenzione e la sua sicurezza fanno carico agli utenti». Dall’ottocento agli anni '50 del secolo scorso, passando dal regio decreto del luglio 1927; poi dal 1995 al 2005: «Si evince che le fosse fanno parte del patrimonio indisponibile del Comune di Carrara».

A supporto lo studio “chiama” poi anche le sentenze del tribunale di Massa (un paio del 1928 e una del 1933). Ma anche varie comunicazioni tra enti. Come quella che arriva all'ufficio cave del Comune a firma del Genio civile (provinciale) per un'istanza dell'amministrazione del 26 luglio 1999 sul Fosso di Ravalunga: «Eseguiti gli accertamenti di rito», si legge, l'ufficio «ritiene che avendo il Fosso di Ravalunga ormai perduto le caratteristiche di corso d'acqua, esso deve ritenersi amministrato dal Comune di Carrara». Otto anni più tardi e la provincia ribadisce lo stesso concetto (i fossi questa volta sono di Fantiscritti e Fiordichiara). E si arriva al protocollo d'intesa tra Comune e palazzo Ducale di cui abbiamo scritto, quello del 2012. «Nonostante che la proprietà delle fosse interne ai bacini marmiferi di Carrara sia confermata dalla documentazione, il Comune di Carrara ritenne di raggiungere un'intesa con la Provincia sulla loro gestione», si chiosa nella relazione prima di allegare l'elenco di 35 «fosse demaniali con valenza idraulica». Da lì la vicenda rimane quasi “congelata” per poi rispuntare a fine 2020 con i Piani attuativi dei bacini estrattivi (la scheda 15, approvata a novembre) che all'articolo 33 (comma 5) disciplinano adesso quel «progetto di escavazione» che nel caso «interessi elementi del reticolo regionale», o «del demanio idrico dello Stato», anche «in proiezione il richiedente dovrà presentare istanza di concessione al settore regionale competente».

E il nodo sulla competenza – passata poi da Provincia a Regione –, si ripresenta. E la Regione, come spiegato dall'assessore Stefano Baccelli, adesso è al lavoro per trovare una soluzione complessiva – sdemanializzazione –, ma anche transitoria per ridurre le tempistiche. Ma questa relazione sembrerebbe indicare che fossi e canali sono in realtà di competenza comunale.

Luca Barbieri

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