Sicurezza
Un cippo per ricordare chi ha pagato con la vita
Al Noa inaugurata una stele dedicata ai medici uccisi dal virus E Giuliano Biselli: eravamo eroi, poi dopo l’estate è cambiato qualcosa
massa. C’è un cippo da ieri al Noa e porta i nomi di tre medici che non ci sono più. Inciso su quel marmo il ricordo di Cesare Landucci, Nazareno Catalano, Raffaele Brancadoro. Il Covid se li è portati via. L’ordine dei medici ha voluto quella stele per non dimenticare e ha scelto di inaugurarla nella prima giornata nazionale degli operatori sanitari. Manca un nome, purtroppo, su quel cippo, perché venerdì notte il virus uccide ancora e strappa ai suoi affetti e alle sue grandi passioni Marco Morale, 57 anni, da oltre 20 nel reparto di medicina a Massa.
Quel cippo ricorda persone, impegno, costanza, coraggio. La tragedia del virus. Quella tragedia inizia, in terra apuana, con un viaggio in auto e un interminabile silenzio. Un silenzio che fa paura perché è assenza di risposta. Giuliano Biselli, direttore degli ospedali apuani, quel silenzio lo sente ancora e lo ricorda ieri mattina, in occasione del giuramento dei nuovi medici. È il marzo scorso, è in auto con un suo collaboratore e sta scendendo dalla Lunigiana. Lì ci sono i primi casi di Covid: «Ancora non c’era obbligo del tampone per chi non arrivava da Codogno – ricorda Biselli – si erano presentate strane polmoniti, due casi a Pontremoli, tre a Fivizzano. Quel giorno siamo saliti in Lunigiana e abbiamo capito che si trattava di un nostro focolaio, endemico. Ero in auto con un mio collaboratore, lungo la strada per rientrare al Noa non abbiamo detto una sola parola». Il silenzio di chi capisce, ma ancora non ha risposte. Di chi, di fronte alla cosa nuova, deve decidere. Senza tentennamenti: «Il Noa con la sua flessibilità e l’alto contenuto tecnologico ci ha aiutato molto». Ha aiutato a ridisegnare reparti, posti letto. Ha consentito di accogliere fino a 200 pazienti positivi. Il Noa ce l’ha fatta, ma è diventato, per giorni, luogo di silenzio: «Nel pieno del picco non riuscivamo neanche a parlare. Lo facevamo con gli occhi. Ricordo lo sguardo di un collega, un giorno, mi è venuto incontro, mi ha guardato e mi ha detto: Giuliano, non abbiamo più neanche un ventilatore. È stata dura, sul campo abbiamo perso amici carissimi, ma quel campo non lo abbiamo mai lasciato». Quella presenza continua quell’impegno senza sosta, quel tributo pagato in vite come ricorda il cippo al Noa. Il virus avanza e la città si stringe: «È stato il momento della solidarietà, della presenza che scaldava il cuore».
Poi qualcosa cambia e Biselli quel cambiamento lo sente addosso: fatica a parlarne, ieri mattina, davanti ai giovani medici che prestano giuramento, ma il momento della svolta lo ricorda bene. Dopo l’estate, dopo l’illusione di molti che il virus se ne fosse andato, ottobre conferma che c’è ed è ancora aggressivo, come il primo giorno. È allora che molti l’eroismo non lo vedono più: «Non eravamo più eroi, con un organico affaticato che non potevamo rafforzare, devastati da politiche di tagli, consapevoli che non c’era solo il Covid. Una seconda ondata peggiore della prima, più lunga, più intensa». Non lo dice a chiare lettere, Giuliano Biselli, ma lo fa ben capire: le critiche per aver chiesto agli ospedali di Pontremoli e Fivizzano di accogliere i pazienti Covid a lui hanno fatto male. A lui e alla sanità apuana. Di quelle critiche parla più liberamente la politica, il presidente della Provincia Gianni Lorenzetti, il sindaco di Massa. E se per Francesco Persiani sono comprensibili le reazioni dei sindaci lunigianesi perché «il primo cittadino è autorità sanitaria, ma spesso non gli vengono forniti strumenti per decidere», Lorenzetti è netto: «La politica avrebbe dovoto evitare speculazioni e stare un passo indietro». Un passo indietro ai medici. –.
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