Il Tirreno

L’attrice: il Covid ha ucciso la bellezza

Sara Lavorini

Lettera aperta di Alessandra Berti. «Sono rimasta da un giorno all’altro senza niente. Ma davvero la cultura non serve?»

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Sara Lavorini

MASSA. Lettera aperta di Alessandra Berti, attrice e regista di teatro residente a Massa, sul tema della cultura in città a quasi un anno dall'inizio della pandemia. ""In un momento storico duro, nel quale siamo chiamati a privarci del contatto, del nostro essere sociale, nel suo significato più ampio – scrive Alessandra Berti - un momento che, a breve compirà un anno e che ci vede provati, in ogni aspetto della vita, dal lavoro, agli affetti, alla libertà… guardo il nostro bel Paese, la nostra bella città…che tanto amo. Ma non riesco a sentire il profumo dei fiori, non riesco a sentire il senso di primavera che, nonostante le difficoltà, non di certo mancate, negli anni passati, comunque non smettevo di sentire. Cosa resta città mia? Cosa resta, in tutto questo? Cosa aspettarsi? Quale futuro? Vedo un paese, una città che sembra assopita sotto un grigiore stanco e addomesticato. Una città che vuole rinascere e che non sa come fare. Vedo le difficoltà e la disperazione di noi poveri diavoli abbandonati a noi stessi. Categorie martoriate che brancolano nel buio, contando a terra morti e feriti. Un panorama infernale - continua Berti - in cui ci si muove senza equilibrio e nel quale si cade, senza nessuno che ti tende una mano. I primi di marzo sarà per molti un triste anniversario, un anniversario senza festeggiamenti. L'inizio di una vita fatta di abbandoni e di assenze, di paura e di rabbia, di maschere che coprono il volto e di distanziamento sociale. Via il superfluo. Via tutto ciò che ci avvicina gli uni agli altri. Solo necessità legate ai bisogni essenziali: lavoro, per chi lo ha e per le categorie non colpite dal Dpcm del marzo 2020 e successivi, che hanno potuto restare aperte e, salute. Solo Necessità"". ""Mi domando cosa è veramente necessario? – riflette Berti - di cosa non si può fare a meno? Ogni persona avrà la propria risposta, certo. Per me, è l'umanità che è venuta a mancare. E, con essa, ciò che sono. La Cultura, insieme all'Istruzione sono tra i settori più colpiti. Ed io? Io sono rimasta da un giorno all'altro senza niente. Il fatto di non essere la sola, non consola! Mi hanno sbattuto in faccia, insieme ad una maschera, tutta la mia precarietà. Il Teatro mi hanno urlato addosso, non è una necessità. Non serve. Possiamo farne a meno. Non esisti più. Ma la Cultura davvero non serve? Davvero possiamo ritenerla superflua? Possiamo dimenticarla? Possiamo dimenticare il calore di un abbraccio, o il tepore di un bacio? Parlo del Teatro principalmente, perché è tutta la mia vita e, in una riga di decreto mi è stata (a me come a tanti, troppi) strappata via. Poi mi hanno lasciata sola, nuda e disorientata. La parola Resistenza mi risuona dentro insieme a tante domande senza risposta. Tra tante una: cosa siamo disposti a perdere? Cosa siamo disposti a dimenticare? Cosa siamo disposti a fare? Torneremo è un termine che ci ha accompagnati, soprattutto durante il primo lockdown, da un po’ di tempo, invece, non lo dico più e lo si sente oggettivamente meno, forse perché non si tratta di tornare, ma semplicemente di rinascere, per chi, naturalmente avrà, ancora, la forza di farlo. La solitudine è la cosa peggiore, per me. Quando decidi di togliere la bellezza dal mondo, stai uccidendo il futuro di persone che hai messo, probabilmente, in conto di perdere, ma stai impedendo alle coscienze di formarsi in modo libero ed autonomo, attraverso l’esperienza, la libera espressione».

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