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in tribunale 

Sospeso dal lavoro per un post contro il capo, il giudice gli dà torto

Libero Red Dolce
Sospeso dal lavoro per un post contro il capo, il giudice gli dà torto

Aveva criticato il direttore dell’Inps di Massa-Carrara, accusandolo di clientelismo e incapacità

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MASSA. Si era lamentato pubblicamente sul suo profilo Facebook del suo superiore – il direttore dell’Inps di Massa-Carrara – perché dopo averlo assegnato a una mansione superiore lo aveva escluso, demansionandolo. E le lamentele si accompagnavano ad accuse di clientelismo e incapacità; così Inps ha deciso di sospenderlo dal servizio, senza stipendio, per due giorni. Il lavoratore ha fatto ricorso al tribunale del lavoro, ma il giudice Augusto Lama ha confermato la validità della decisione dell’istituto previdenziale.

Nelle motivazioni alla sentenza il giudice è sintetico quanto chiaro, parlando del ricorso: “la domanda non è fondata e non può essere accolta”.

La sanzione venne motivata da Inps con l’argomento di avere condiviso “contenuti denigratori e lesivi dell’immagine dell’Istituto, oltre che per avere pubblicato materiale d’ufficio”.

Di tutt’altro avviso, comprensibilmente, è invece il lavoratore. È utile, per ricostruire meglio il perché della contesa, sapere che l’uomo è anche un rappresentante sindacale, iscritto ai Cobas Si.

Nel motivare il ricorso infatti sostiene di aver voluto “segnalare ai lettori di “Facebook” l’annoso problema interno all’Istituto del cosiddetto “mansionismo”, ossia della prassi di gestione del personale che la Direzione generale, ovvero le Direzioni regionali, o provinciali dell’Inps fanno, nel senso di assegnare temporaneamente il personale dipendente a mansioni superiori al proprio livello, senza poi riconoscere al personale suddetto le mansioni superiori esercitate con il relativo trattamento stipendiale, come era avvenuto, appunto, nel suo caso”.

E non solo, perché riguardo alle motivazioni che hanno spinto l’Inps a prendere il provvedimento, il lavoratore ritiene che “il vero motivo della sua esclusione fosse quello di attaccarlo in ragione delle numerose denunce di incapacità e di clientelismo presentate nei suoi confronti”. Dunque motivate dalla sua attività di rappresentante sindacale, in sintesi. Insomma, l’intento non era, a suo dire, quello di utilizzare il marchio ed il logo dell’Inps per nuocere al prestigio dell’Istituto, né pubblicare dichiarazioni e commenti denigratori e lesivi dell’immagine dell’Inps.

Fallì il tentativo di conciliare. Al lavoratore viene così contestata la violazione dell’articolo 1 del regolamento di disciplina dell’Inps e dell’articolo 13 del “Codice di Comportamento dei dipendenti dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale”.

Constatando la verità di quanto denunciato dall’uomo, e cioè il suo spostamento in una mansione differente, dando però una diversa interpretazione delle motivazioni. Il suo incarico infatti era scaturito da una selezione voluta dalla sede centrale romana, che in seguito aveva però di attribuire quell’incarico a un altro profilo interno. Anche una collega, chiamata a testimoniare, aveva adombrato un possibile ruolo del direttore apuano, specificando però che il “mansionismo” denunciato è una pratica da attribuire alla direzione centrale e non quella di Massa-Carrara. —

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