Il Tirreno

Quei rifiuti Farmoplant finiti in discariche del Sud

David Chiappuella
Quei rifiuti Farmoplant finiti in discariche del Sud

Andrea Figaia della Cisl ripropone il caso delle sostanze chimiche fatte uscire dalla fabbrica anche dopo la chiusura seguita all’esplosione del luglio 1988

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MASSA. «Nel corso di circa dieci anni, all’interno dello stabilimento Farmoplant sono stati stoccati in una vasca di cemento (denominata D1) interamente impermeabilizzata, circa diecimila tonnellate di fanghi di caustificazione inorganica, provenienti dall’impianto di depurazione fumi dell’inceneritore Farmoplant. Tali operazioni di stoccaggio sono state condotte sino al 24 novembre 1988». È quanto si legge nella risposta fornita il 9 luglio 1990 dall’allora ministro dell’Ambiente, Giorgio Ruffolo, all’interrogazione parlamentare presentata dai deputati Gianni Tamino ed Edo Ronchi, del gruppo Democrazia Proletaria-Verdi Arcobaleno, «sulla scomparsa dallo stabilimento Farmoplant di un notevole quantitativo di rifiuti tossici». Dal documento si evince dunque che questi conferimenti, dunque, sono proseguiti fino ad oltre quattro mesi dopo l’esplosione del serbatoio contenente il pesticida Rogor, avvenuta il 17 luglio 1988.

A riproporre questo documento è il segretario provinciale Cisl Andrea Figaia. Nella loro interpellanza Tamino e Ronchi denunciavano che dalla Farmoplant «sono stati trasferiti numerosi carichi di rifiuti tossici e nocivi, grazie a bolle di accompagnamento inadatte che li definivano “speciali” o addirittura senza alcuna forma di specifica o autorizzazione». Secondo i due parlamentari, sarebbero stati «illegalmente trasportati fuori dallo stabilimento con ignota destinazione» ben «1.170 metri cubi di acque inquinate dagli impianti polivalente e 2.269 metri cubi di acque dagli impianti ammine (pari a 14,6% di quanto dichiarato nel novembre 1988), 850 metri cubi di acque inquinate destinate a incenerimento, 3.500 fusti contenenti pesticidi (37,4% del totale), 1.700 tonnellate di scorie solide (41% del totale), 3.000 tonnellate di fanghi (12,8% del totale)». Gli interroganti, inoltre, ricorda Figaia, preoccupati dalla «scomparsa, senza alcuna autorizzazione e/o controllo», di questi veleni, chiedevano «dove sono stati trasportati e come e da chi sono stati eventualmente smaltiti».

Nella sua risposta il ministro Ruffolo affermava che le analisi effettuate nel 1987 dall’Usl 2 avevano consentito di classificare i fanghi stoccati nel vascone interno alla fabbrica «come rifiuti speciali, costituiti da solfato e fosfato tricalcico; è stata, altresì, rilevata -proseguiva Ruffolo- la presenza di metalli pesanti e pesticidi, in concentrazioni inferiori ai limiti previsti per la classe dei rifiuti tossico nocivi». Questa classificazione, secondo il ministro, sarebbe stata confermata da una successiva verifica, di cui furono informate le autorità locali. In merito al trasporto di rifiuti al di fuori dallo stabilimento Farmoplant, Ruffolo dichiarò che era stato effettuato da aziende autorizzate dalla Provincia di Massa-Carrara. «Dai controlli effettuati dai tecnici dell’Usl, non risulta che siano stati trasportati all’esterno rifiuti tossici e nocivi non autorizzati».

Nel 1989, però, l’Assemblea permanente dei cittadini davanti alla Farmolant aveva scoperto e denunciato un traffico illegale di migliaia di tonnellate di fanghi e rifiuti industriali, speciali e tossico-nocivi, che dalla fabbrica massese si dirigeva verso discariche non controllate nel sud Italia, come quelle gestite dalla società Setri di Giugliano, a Napoli. Ma anche su questo Ruffolo era rassicurante. «La ditta Setri Srl, -ribatteva- che ha rilasciato regolare dichiarazione di accettazione per lo smaltimento di rifiuti speciali in data 18 maggio 1989, dispone di autorizzazione della giunta regionale campana n. 1371 del 4 marzo 1989». —

David Chiappuella


 

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