Il dolore
Truffa Anas, così facevano i lavori: «Solo a tratti e il resto buttatelo nel canale»
Al cellulare il titolare dell’Ibf invitava a gettare rifiuti nel canale. Per le difese non furono fatti riscontri alle intercettazioni
LUNIGIANA. Nuova udienza per il processo che ha portato alla luce un presunto sistema di raggiri e frodi ai danni dell’Anas da parte di un’azienda, la Ibf srl, che aveva preso degli appalti per la manutenzione di molte strade provinciali. Ieri in aula, di fronte al collegio giudicante presieduto dal giudice Augusto Lama, è stato sentito uno dei carabinieri che hanno svolto le indagini, contro interrogato dai difensori dei tre imputati.
Di fronte ai giudici sono Paolo Busticchi, proprietario dell’azienda, un dipendente, Bruno Landi e Domenico Marchionna, dipendente Anas “infedele”, che secondo l’accusa – rappresentata dal sostituto Marco Mansi – avrebbe chiuso un occhio sui suoi compiti di sorveglianza.
E ieri in aula si è discusso di una serie di episodi, circa una decina, finiti sotto la lente degli investigatori tra il giugno e il luglio del 2017. Altri, precedenti, sono stati già discussi in aula.
In tutto ciò occorre una premessa. Nel quadro dipinto dagli investigatori, si parla di un “malaffare talmente radicato, e con percezione di impunità così vasta, che un imprenditore ha offerto sfacciatamente, quasi pubblicamente, a un incaricato Anas, una mazzetta di denaro solo per accattivarsene le simpatie”.
Quell’episodio fu però l’innesco. Il tecnico, Matteo Coppa, fu infatti avvicinato, secondo le ricostruzioni, da Busticchi che con una scusa durante un incontro, lo fece salire nella sua auto. E lì gli avrebbe offerto una mazzetta. Una busta con del denaro che Coppa rifiutò più volte per poi riferire tutto ai superiori. Partirono denunce e indagini che poi hanno portato al processo attualmente in corso.
C’è un episodio particolarmente illuminante di quello che sarebbe successo. Siamo nel giugno 2017 e Landi, insieme a tre operai, è impegnato in un lavoro di pulizie su alcune cunette. Più volte parla al telefono con il suo capo, Busticchi, ma evidentemente i due non sanno di essere ascoltati dai carabinieri. Ed è proprio il titolare dell’azienda ad affermare di “non eseguire a regola d’arte il lavoro commissionato da Anas” e di fare solo i punti critici. Secondo i carabinieri dicendo di buttare nel canale il materiale nei punti dove non se ne trova molto, altrimenti i lavori sarebbero costati troppo.
In una conversazione successiva ribadisce: «noi facciamo a tratti e i tratti intermedi lo facciamo con la carriola e lo buttiamo da qualche parte e vaffanculo. E se ci ferma qualcuno dici che è un’emergenza, perché abbiamo pulito. Qua il camion non poteva fermarsi...una balla così». I carabinieri contestano che la ditta avrebbe, in molte occasioni, compilato dei rapporti con più operai al lavoro di quelli effettivamente utilizzati. O che avrebbe utilizzato meno materiale di quello dichiarato. Tutto questo per gonfiare i ricavi ottenuti dai rimborsi Anas.
Nel suo contro esame l’avvocato Carlo Rampi ha più volte chiesto al testimone se, oltre alle intercettazioni dalle quali sono emerse le differenze, i carabinieri avevano effettuato controlli sul cantiere. Trovando risposta negativa per molti episodi, fatto salvo uno. L’udienza è aggiornata al prossimo 31 maggio. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
